Il Direttivo nazionale della FLC-CGIL del 4/5 marzo 2013

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Il 4 e 5 marzo si è riunito il direttivo nazionale dell'Flc, il sindacato scuola e università della Cgil. Uno dei primi organismi dirigenti nazionali della Cgil a riunirsi dopo la tornata elettorale. All'ordine del giorno ovviamente non poteva che esserci un bilancio delle elezioni, dalle quali la Cgil esce decisamente male. La sberla elettorale ha fatto si che gli interventi che si sono succeduti nel direttivo fossero un misto di tiepida autocritca, richieste di cambiamento della strategia elettorale, ma soprattutto tanta confusione e ansia per il futuro. Alla fine comunque, ancora una volta, ha prevalso la logica dell'autoassoluzione dei gruppi dirigenti, che in sostanza si riassume in un "la gente non ci ha capito". Quindi un direttivo che si è concluso ancora una volta con un nulla di fatto. Un dibattito, in poche parole, che rappresenta lo specchio delle difficoltà ulteriori in cui è precipitato un gruppo dirigente che vivacchia senza una vera strategia e che per questo aveva riproposto le proprie speranze in un nuovo centro-sinistra, che invece non c'è. Pubblichiamo di seguito l'intervento al direttivo della compagna insegnante de La Cgil che Vogliamo dell'Flc di Modena.

INTERVENTO DI DIANA TERZI AL DIRETTIVO NAZIONALE FLC CGIL DEL 4 MARZO 2013

Premetto che le seguenti riflessioni non sono riferite all’operato della sola FLC, ma sono considerazioni rispetto a ciò che è stato discusso, deciso e portato avanti da tutta la CGIL, di cui anche la nostra categoria fa parte.

Negli ultimi mesi e negli ultimi anni, la Confederazione, nei tavoli a cui ha partecipato, ha portato avanti una politica di riduzione del danno rispetto a quanto veniva avanti da parte del governo e delle organizzazioni padronali. Si è accettato di firmare accordi al ribasso, pur di non essere tagliati fuori, sperando di continuare a contare qualcosa. Quando invece, giustamente, non si sono accettati compromessi contro i lavoratori, non si è riusciti o non si è voluto mettere in campo battaglie davvero efficaci, che contrastassero con forza lo sgretolamento dei diritti. La lotta è stata solo mimata, non la si è voluta portare fino in fondo. Questa debolezza nell’agire ha portato come logica conseguenza un’idea diffusa, all’interno della Camera del Lavoro, che per sopravvivere alla crisi (non solo a quella economica, ma anche a quella di identità del sindacato), si potesse solo investire su di un governo di centro sinistra, un governo che portasse avanti politiche sociali più eque e desse respiro ai lavoratori e ai pensionati senza bisogno di lottare davvero. Abbiamo fatto scioperi contro Berlusconi e contro Monti, e li abbiamo anche fatti male, e poi è partita la campagna elettorale a favore del PD. L’idea del Piano del Lavoro è nata da questa logica, dalla necessità di fornire un’ampia platea per permettere a Bersani di fare il suo spot per il voto. Invece di promuovere un dibattito interno all’organizzazione per discutere cosa deve fare il sindacato, abbiamo abbandonato un vero orientamento indipendente. In questo ruolo di spalla al PD, abbiamo voluto tenere insieme forzatamente interessi contrapposti, è mancato un orientamento “di classe”. E gli elettori non è che non ci hanno capito, hanno visto esattamente quello che gli stavamo proponendo.

Tra tutti gli esempi che si potrebbero fare, scelgo un paio di citazioni tratte dal documento sulla formazione del 13 febbraio, che nel frontespizio mette in evidenza, uno a fianco dell’altro, i loghi di Confindustria, CGIL, CISL e UIL. Già questo mi sembra, purtroppo, abbastanza indicativo della linea che abbiamo scelto di seguire. In questo documento si dice che si devono “cementare i rapporti collaborativi fra lavoratori e impresa”. Sempre nella medesima pagina, a proposito della devastante situazione del lavoro giovanile, si osserva che: “ le opportunità di lavoro a disposizione dei giovani sono troppo spesso occasioni di lavoro di breve durata, queste situazioni possono convertirsi in esperienze di apprendimento e di crescita”. Queste sono vere e proprie prese in giro per i lavoratori e per i giovani e c’è il marchio della CGIL davanti ! Non possiamo fingere che certe decisioni, certe affermazioni non contino. Non possiamo limitarci a dire che “la gente non ci segue più”, se queste sono le nostre analisi e le nostre proposte.

Negli interventi che mi hanno preceduto si è discusso della grande avanzata di Grillo e di come anche il popolo della sinistra abbia scelto il Movimento 5 Stelle invece del PD. Non dobbiamo però dimenticare che, al di là del fascino diffuso che ha suscitato, il programma di Grillo è rivolto alla piccola e media borghesia, si tratta di proposte interclassiste. Il M5S attacca il ruolo del sindacato, lo accusa di essere parte del sistema, della casta, lo indica come un superato residuo ottocentesco. Pur non condividendo affatto questa analisi, devo però ammettere che la CGIL ha prestato il fianco a queste accuse nel momento in cui non ha fatto il suo dovere: tutti gli accordi firmati al ribasso di fatto delegittimano e depotenziano il sindacato, anche i lavoratori lo hanno capito e proprio per questo Grillo può permettersi di strumentalizzare l’argomento.

Ora per la FLC e la CGIL si pone il problema di come riconquistare credibilità e fiducia. La disoccupazione, il Fiscal Compact, la crisi industriale sono problemi che continueranno a pesare come macigni al di là di quale governo entrerà in carica. Rispetto a questo, la CGIL vuol restare a guardare? Possiamo rimanere qua dentro e continuare a fare riunioni, con interventi anche di sinistra, anche condivisibili, ma inutili. Credo invece che dobbiamo uscire di qui con una linea chiara, con decisioni precise di cosa andiamo a fare nei territori. È necessario iniziare a fare delle campagne vere sulle questioni che interessano i lavoratori, dobbiamo avere piattaforme rivendicative indipendenti, da discutere nei posti di lavoro in maniera capillare. Non serve piangersi addosso, è ora di rimboccarsi le maniche, che in parole povere significa fare quello che un un sindacato dovrebbe sempre fare. Cioè andare dai lavoratori, parlare con i lavoratori e soprattutto ascoltare i lavoratori e mettersi a loro disposizione.

Bisogna avere il coraggio di ammettere il fallimento delle politiche concertative e iniziare seriamente a promuovere la fine del blocco del contratto e la stabilizzazione dei precari. Il tempo degli indugi è finito da tempo, da molto tempo.

Per saperne di più visita anche il sito di Sempre in lotta:

Sempre in Lotta è un coordinamento studentesco nazionale. Ne fanno parte collettivi delle scuole e delle università, oltre a singoli studenti. Combatte in prima istanza contro la progressiva distruzione e privatizzazione del sistema scolastico e universitario e l’imperante selezione di classe che detta una regola molto semplice: chi ha i soldi può studiare, chi non li ha no. Il nostro obiettivo è conquistare una scuola e un’università pubbliche, laiche, gratuite, di massa e di qualità, dove i figli dei lavoratori possano accedere senza discriminazioni ad ogni livello di istruzione
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