Il primo numero di Radio Fabbrica del 2015!

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La lotta contro il governo deve continuare!

(Fai clic sulla copertina per scaricare il numero completo di Radio Fabbrica di gennaio.
Di seguito pubblichiamo l'editoriale.)

 

Il 24 dicembre il governo ha licenziato i primi decreti attuativi del Jobs act. Renzi demolisce ogni residuo di quel poco che restava dello Statuto dei lavoratori già ridimensionato in questi anni dai governi di centrodestra, centrosinistra e “tecnici”.

Ma non si sono limitati a ciò, assestano nuovi colpi decisivi ai sussidi di disoccupazione, agli ammortizzatori sociali e già che ci sono pure alle pensioni. Intanto la Gazzetta Ufficiale ci informa che dal 2016 per andare in pensione serviranno 4 mesi in più. Si tratta dell’adeguamento dovuto agli incrementi della speranza di vita inseriti nella famigerata riforma Fornero del 2012.

Tutto ciò non è che l’inizio, con la legge di Stabilità si prosegue nel massacro sociale. Con la campagna scientemente orchestrata contro i vigili urbani di Roma a Capodanno si inaugura per il 2015 l’offensiva contro i lavoratori del pubblico impiego.

Con il decreto “Salva Ilva” si gettano le basi per socializzare le perdite, senza ovviamente intaccare i generosi profitti fatti in questi anni da Riva, per poi regalare una delle più importanti acciaierie d’Europa a una nuova cordata di “capitani coraggiosi”.

Renzi tira dritto sulla sua strada servendo su un piatto d’argento ai padroni diritti e condizioni di vita dei lavoratori.

Ma le mobilitazioni dell’autunno, dalla manifestazione del 25 ottobre fino allo sciopero del 12 dicembre indicano che una novità c’è. Queste mobilitazioni, gli scioperi della Fiom, mostrano che tra i lavoratori c’è disponibilità a lottare, quello che manca è un gruppo dirigente adeguato e una piattaforma capace di unificare tutti i lavoratori su parole d’ordine semplici, chiare ed efficaci. Se veramente si vuole estendere la partecipazione alla mobilitazione non basta dire che vogliamo l’estensione dell’articolo 18 a tutti, ma è necessario rivendicare la fine di tutti i contratti precari e la loro trasformazione in contratti stabili a tempo indeterminato.

Sia la Camusso che Landini hanno mostrato dopo lo sciopero del 12 dicembre di non avere una strategia su come proseguire la lotta.

Al di là delle dichiarazioni di sdegno dopo l’approvazione dei decreti attuativi il sindacato si è limitato a proporre di contrastare il Jobs act attraverso il rinnovo dei contratti nazionali.

Ma la strada della contrattazione, che tradotto dal sindacalese significa “limitare i danni” è un film già visto troppe volte in questi decenni e nei fatti ha sempre rappresentato l’inizio della smobilitazione per lasciare mano libera alle “capacità di mediazione” dei vertici sindacali. I risultati ottenuti in questi anni per questa via sono sotto gli occhi di tutti.

L’anno nuovo deve rappresentare una nuova fase del conflitto, passare dalle manifestazioni convocate dall’alto, alla lotta senza quartiere azienda per azienda.

La lotta non è tale solo quando c’è lo sciopero generale. Quello del 12 dicembre è sicuramente servito per scaldare i motori ed alzare il livello dello scontro, altri sarà necessario convocarne, ma la mobilitazione non può esaurirsi in questo.

È necessario creare un ambiente di insubordinazione sociale contro le politiche del governo e dei padroni attraverso iniziative di lotta articolate nei territori e nei luoghi di lavoro.

Bisogna lanciare una campagna di massa per l’abolizione della legge 146 che impedisce l’esercizio del diritto di sciopero. Lo abbiamo visto nella preparazione del 12 dicembre quanto sia un ostacolo, nella vicenda dei ferrovieri. Da qui all’abrogazione di quella legge dovremmo discutere seriamente su come aggirarla e nei fatti non rispettarla.

C’è la necessità di lanciare una cassa di resistenza che sia in grado di sostenere economicamente le lotte e che consenta di promuovere scioperi laddove colpiscano maggiormente i padroni.

Per dare veramente forza alla lotta bisogna affiancare ai sindacati un coordinamento nazionale che rappresenti direttamente i lavoratori e le Rsu.

Nessuno meglio di chi è in produzione sa organizzare scioperi efficaci. In ogni fabbrica, in ogni luogo di lavoro devono essere organizzate assemblee per discutere la piattaforma ed eleggere dei delegati di vertenza che si riuniscano in coordinamenti cittadini, regionali, fino al livello nazionale con una grande assemblea in cui si discuta della piattaforma, della continuazione della mobilitazione eleggendo una delegazione nazionale dei lavoratori in produzione che affianchi i dirigenti nazionali nella gestione della vertenza.

L’anno nuovo in Fiat, più precisamente alla Sevel inizia con una lettera di Marchionne a una ventina di operai che a suo avviso hanno superato la soglia tollerabile di giorni di malattia. La Sevel è una fabbrica in cui in questi anni di crisi si è sempre continuato a produrre forsennatamente furgoni con turni insopportabili e straordinari a gogo, multe, richiami, punizioni e minacce sono quotidianamente all’ordine del giorno. Marchionne nella lettera dice esplicitamente che grazie alle nuove norme sul lavoro presto passerà dalle minacce ai licenziamenti effettivi.

Lor signori non stanno certo a guardare, sentono il vento in poppa e vogliono incassare subito il risultato. Noi dobbiamo passare dalle parole hai fatti.

Sta prendendo piede in questi giorni un’altra opzione per contrastare il Jobs act, quella di promuovere un referendum abrogativo. Un opzione che al di là se sia realmente efficace, visto che al referendum non partecipano solo i lavoratori, non può essere oggi il punto centrale, che avrebbe anch’esso un effetto smobilitante.

Il ferro va battuto quando è caldo! Mettere all’ordine del giorno la prosecuzione della lotta contro il Jobs act oggi significa anche lottare per la caduta del governo. Così le importanti dichiarazioni fatte dalla Camusso e Landini sulla necessità di proseguire la lotta, di occupare le fabbriche se necessario per difendere i posti di lavoro, saranno fatti concreti e non frasi di circostanza.

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