Il numero di novembre di Radio Fabbrica!

Share

Pubblichiamo il nuovo numero di Radio Fabbrica di novembre

Di seguito l'editoriale.

A luglio la corte costituzionale ha imposto alla Fiat di riconoscere i delegati della Fiom negli stabilimenti.

Da alcune settimane i delegati hanno ripreso possesso delle salette sindacali che all’inizio del 2011 erano stati obbligati ad abbandonare.

Diritto di rientrare ma agibilità negate.

Nessuna possibilità di girare per le linee, esclusi dagli incontri aziendali con le altre sigle. Il motivo è sempre lo stesso: la Fiom non ha firmato l’accordo di Pomigliano, poi esteso a tutte le fabbriche del gruppo e non ha firmato il contratto dell’auto. Ovviamente Fim e Uilm anche in questo caso stanno con il padrone. Un rientro che, per quanto importante, resta ancora fondamentalmente sulla carta, ma molti nodi verranno al pettine nel breve periodo.

Il 31 dicembre scade la parte economica del contratto dell’auto (chiamato Contratto collettivo specifico di lavoro), quello che giustamente la Fiom non ha firmato l’anno scorso, perché comprime e riduce ulteriormente il salario dei lavoratori.

A marzo, tra poco più di 3 mesi, scadrà la cassa integrazione a Pomigliano. Fabbrica da cui partì l’attacco di Marchionne e dove, vale la pena ricordarlo, con il referendum del 22 giugno, si è registrato il punto più alto di resistenza a Marchionne. Opposizione che diede vita alla più grande manifestazione operaia degli ultimi trent’anni il 16 ottobre del 2010 e a una resistenza ancora più tenace al referendum di Mirafiori, dove la Fiat vinse per un soffio solo grazie al voto dei capetti.

Sembra passata un eternità ma in realtà sono passati poco più di tre anni, durante i quali il metodo Marchionne è diventato il metodo praticato da tutto il padronato italiano.

Disdetta degli accordi precedentemente firmati, ricontrattazione al ribasso, abrogazione dei contratti interni, emarginazione di ogni oppositore.

Il metodo applicato in Fiat ha fatto scuola molto velocemente e in questi tre anni la lista dei contratti disdettati si è allungata in modo impressionante, fino ad arrivare, nelle scorse settimane alla disdetta dei contratti, da parte delle associazioni padronali dei bancari e del turismo, a conferma che l problema non è degli operai Fiat ma di tutti i lavoratori di questo paese.

Intanto sono stati chiusi gli stabilimenti di Termini Imerese e Irisbus, il crollo della produzione di auto (-56%), autobus (-66%) e furgoni (-25%) anche nel 2013 continua incessantemente, l’indotto paga con una emorragia di posti di lavoro senza precedenti la ristrutturazione decisa dal Lingotto.

Migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione da anni, i più fortunati di questi a Mirafiori, Melfi e Cassino lavorano due o tre giorni al mese, mentre negli altri stabilimenti ci si  ammala e ci si spezza schiena e polsi per far girare a pieno ritmo la produzione.

Tutto questo mentre il contenzioso con il fondo pensioni americano Veba negli Stati uniti sul valore delle quote di Chrysler prosegue, con il forte rischio di aprire nella multinazionale una nuova forte crisi finanziaria.

Il ricatto occupazionale, la crisi economica senza sbocchi, il ruolo nefasto dei sindacati compiacenti rendono la situazione ancor più difficile.

A questo va aggiunto che in questi due anni la Fiom, oltre alle cause in tribunale, ha fatto troppo poco per rilanciare il conflitto, anzi in diversi casi ha abdicato ai propri compiti.

Il rientro della Fiom in Fiat, contro tutto e tutti, anche contro la stessa Cgil che, nel 2010 a Pomigliano, chiese alla Fiom di soccombere, rappresenta un punto di inizio al quale è necessario affiancare un rilancio adeguato di iniziative.

Molto spesso nei convegni e nelle assemblee dei delegati si dice che bisogna ricostruire e rilanciare la mobilitazione, ma poi a queste enunciazioni non viene dato seguito pratico.

C’è una difficoltà oggettiva a comprendere la situazione, in questi mesi qualcuno si è pure illuso che il rientro in fabbrica della Fiom avrebbe significato una distensione dei rapporti con l’azienda e le altre sigle.

L’ostracismo continua e il compito della Fiom più che promuovere nei convegni la necessità di rilanciare il conflitto, cosa comunque opportuna se fatta bene per allargare il proprio consenso nella società, dovrebbe concentrarsi nel sollecitare, motivare, dare ai lavoratori gli strumenti per costruire la mobilitazione necessaria.

Da questo punto di vista l’assemblea nazionale dei delegati della Fiom del gruppo Fiat a Torino a fine ottobre è stata un occasione persa.

Dopo che alcune settimane fa la proposta di Landini a Fim e Uilm di promuovere insieme uno sciopero di tutti i metalmeccanici è stata prontamente rispedita al mittente, in questa occasione sono state rigettate da parte dei sindacati collaborativi anche le proposte di fare assemblee sullo sciopero di metà novembre (sul quale poi la Fiom nazionale ha dovuto pubblicare una dichiarazione di critica a Fim e Uilm che di fatto lo sciopero l’hanno boicottato) contro la legge di stabilità e quella di rinnovare le rappresentanze sindacali nel gruppo.

Cgil Cisl e Uil, hanno fatto gli scioperi di 4 ore per chiedere al governo una politica economica più attenta alle classi subalterne. Quasi un buffetto sulla guancia di Letta, che continua imperterrito nella sua politica di tagli e privatizzazioni. C’era, tra i lavoratori metalmeccanici, in Fiat e non solo, la volontà di fare qualcosa di molto più adeguato ma la dirigenza nazionale ha glissato. Cosa che sicuramente non aiuta a mantenere viva la mobilitazione in previsione delle scadenze del prossimo anno in Fiat.

Ci si è limitati a proporre una consultazione tra i lavoratori per aprire una vertenza nel gruppo per promuovere piani di investimento, utilizzo degli ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà, condizioni di lavoro e riconquista del contratto nazionale, senza però entrare nel merito di quali proposte presentare e cosa fare per rendere incisiva una inevitabile mobilitazione.

In compenso si è ribadito di voler chiedere al governo di intervenire sulla Fiat per avere garanzie occupazionali.

Sappiamo che a questo governo, come quello Monti prima, non si può chiedere nulla, anche Letta alla Fiat ci va con il cappello in mano non certo a pretendere qualcosa in particolare per la classe operaia.

Solo la mobilitazione può costringere la Fiat a cedere, ma per fare questo è necessario sviluppare unapiattaforma adeguata che parli di riduzione d’orario, di aumenti salariali dignitosi, distribuzione del lavoro che c’è ed esproprio senza indennizzo degli stabilimenti chiusi o che la Fiat vuole chiudere.

logoRF
Trasporti
scuola e universita rs