Lavoratori pubblici: il 28 settembre è solo l'inizio

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Nell’estate del 2011 una lettera di Draghi e Trichet indicò la via al governo Monti che subentrò a Berlusconi: colpire le pensioni di anzianità, rivedere le norme su assunzioni e licenziamenti, liberalizzare e privatizzare, ridurre significativamente il costo dei dipendenti pubblici (riducendone gli stipendi) e rafforzare le regole sul turn over. Lor signori, dunque, sono stati serviti.

Il D.l. 95/2012, trasformato poi in legge in agosto, infatti, è una bomba ad orologeria innescata contro i lavoratori e i servizi pubblici votato, con alcune poche eccezioni, da tutto l’arco parlamentare.

LA “SPENDING REVIEW” È LEGGE

Il taglio complessivo previsto è di più di 30 miliardi di euro entro il 2015, tra cui circa sette nella sanità, più di dieci agli enti locali e circa dieci all’amministrazione centrale, una vera e propria scure. Si calcola che le manovre previste negli ultimi anni dai governi Berlusconi e Monti abbiano prodotto una riduzione della spesa pari ad un totale di circa 250-300 miliardi di euro. Tagli significativi sono previsti ad enti locali, ministeri, sanità, scuola, università, in pratica tutto ciò che è pubblico.
In ambito sanitario il provvedimento prevede una notevole riduzione dei posti letto fino a raggiungere il rapporto di 3,7 posti letto per ogni mille abitanti. Attualmente sono poche le regioni che rispettano questi parametri. Una regione con livelli qualitativi di assistenza sanitaria più alti come l’Emilia Romagna, per esempio, se venisse rispettato rigidamente questo parametro dovrebbe tagliare circa 4mila posti letto con conseguenze pesantissime sull’assistenza, in un territorio con una popolazione che invecchia sempre di più. Da sottolineare che il provvedimento prevede che la riduzione dello standard dei posti letto dovrà ricadere in un rapporto non inferiore al 50% nel pubblico.
Non c’è bisogno di essere particolarmente sospettosi per sapere che è in atto una strategia di ulteriore penetrazione da parte di gruppi privati nel mondo della sanità, già oggi ampiamente in mano ad appetiti del potere economico finanziario. Si dichiara, infatti, nel provvedimento che “è favorita la sperimentazione di nuovi modelli di assistenza per contenere la spesa sanitaria, attraverso sinergie tra strutture pubbliche e private, sia ospedaliere che extraospedaliere”, è solo un modo diverso per esprimere il concetto. Che sinergie! Già oggi c’è un’altissima “partecipazione” da parte del privato nell’offerta sanitaria e ospedaliera che va dal 10-15% in alcune regioni al 40-50% in altre.
I criteri con cui andranno definiti i tagli dovranno essere oggetto di delibere delle Regioni che avranno tempo entro il 31 ottobre per definirne i parametri e per programmare la riduzione dei posti letto che dovranno essere effettuati entro il 31 dicembre.
È prevista inoltre la possibilità per le Regioni di aumentare l’addizionale Irpef dallo 0,5% al 1,1%. Per le otto Regioni in disavanzo sanitario è possibile anticipare tale maggiorazione già dal 2013. Nuove tasse per i lavoratori in arrivo dunque.

LICENZIAMENTI DI MASSA

Il titolo dell’art. 2 del decreto non poteva essere più chiaro: “Riduzione delle dotazioni organiche nelle pubbliche amministrazioni”. Il provvedimento prevede la riduzione di almeno 20% di dirigenti e uffici dirigenziali e di una percentuale non inferiore al 10% di personale di comparto non dirigenziale. Sono escluse dalla riduzione le strutture e il personale del comparto sicurezza e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, il personale degli uffici giudiziari e dei tribunali.
Meno chiari sono gli effetti di questo articolo. Dichiarazioni e indiscrezioni della stampa parlano di 24mila esuberi (che sarebbero comunque tantissimi!) ma se dovessimo provare ad immaginare l’applicazione di quanto scritto sui numeri complessivi dovremmo considerare l’ipotesi di una riduzione di 300mila lavoratori pubblici, un vero e proprio licenziamento di massa.
Sono un po’ più chiari, invece, quali saranno i criteri con cui saranno selezionati i lavoratori in esubero. Innanzitutto toccherà a coloro i quali, se non ci fosse stata la controriforma pensionistica recente della Fornero, avrebbero avuto l’opportunità di andare in pensione. In sostanza saranno dei prepensionamenti per chi, entro il 2014, maturerà i requisiti fissati in precedenza.
Gli altri lavoratori considerati “di troppo” entreranno nel meccanismo della mobilità con una retribuzione ridotta al 80% dello stipendio base. Proprio la mobilità prevista anche nel Protocollo d’intesa sottoscritto all’inizio di maggio tra governo e Cgil-Cisl-Uil. Considerato che la parte del salario accessorio prevista in tutti i contratti nazionali e aziendali va dal 10% al 30%, la riduzione della retribuzione sarà molto superiore. Chi, durante i due anni di mobilità, non avrà trovato altro lavoro nella pubblica amministrazione sarà licenziato. È curioso pensare che in un contesto di riduzione drastica degli organici qualcuno possa trovare lavoro. O magari pensare che un ministeriale possa fare l’infermiere, un operatore sanitario diventare un vigile o magari immaginare che ci saranno migrazioni di massa in territori dove ci sono posti di lavoro pubblici. Saranno semplicemente licenziamenti di massa!
Prima che si definisse il decreto era circolata l’ipotesi di un blocco delle tredicesime dei dipendenti pubblici o di un 50% di esse. Il blocco ad oggi è scongiurato, ma per quanto tempo? In Grecia tale decisione è stata assunta nel 2010, da allora si è sviluppato un movimento di lotta di massa con conseguenze politiche significative, in Spagna quest’anno, in Italia quando?

SCIOPERO GENERALE

La buona notizia è che finalmente è stato proclamato lo sciopero generale dei dipendenti pubblici dalla categoria della Funzione pubblica di Cgil e Uil per il 28 settembre, ed è possibile che sia proclamato lo sciopero di scuola e università dalla sola Flc-Cgil per la settimana successiva. La cattiva notizia è il rischio vero che la mobilitazione sia frammentata e poco incisiva. Lo sciopero arriva con un notevole ritardo rispetto ai tempi nel quale avrebbe dovuto essere proclamato. La spending review è già stata votata in Parlamento!
La Cgil ha perso un’occasione straordinaria per unificare le lotte e rispondere adeguatamente al livello dello scontro in atto. La maggioranza del Direttivo nazionale, infatti, ha deciso di revocare lo sciopero generale proclamato in precedenza proprio nel momento in cui il governo produceva un affondo decisivo su mercato del lavoro, aumento della precarietà, distruzione degli ammortizzatori sociali, cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e, appunto, spending review.
Questo sciopero generale non può e non deve essere uno sciopero generale “ordinario” e di routine. Lo sciopero, di per sé, negli enti pubblici ha poca efficacia dato che sono altissimi i contingenti previsti a causa della normativa sui “servizi minimi essenziali”. C’è da dire che sono pochi i casi in cui i servizi che prevedono la precettazione sono effettivamente vitali per il cittadino. In molto ospedali, per esempio, mediamente solo un 20-30% di lavoratori può scioperare e con la riduzione degli organici questa percentuale è andata riducendosi. Nella stragrande maggioranza dei casi, la legge 146/90 (la legge “antisciopero”, appunto) è semplicemente uno strumento contro il diritto di sciopero e andrebbe combattuta con forza. È necessario che in Cgil e tra i lavoratori si apra una discussione franca e seria sul non rispetto di tali restrizioni e la relativa disobbedienza al pagamento delle multe conseguenti che sarebbero previste dalla commissione nazionale di garanzia.
Il provvedimento di revisione della spesa va cancellato e per farlo effettivamente il governo Monti deve andare a casa. Lo giornata di lotta sia preceduta da una campagna di informazione e propaganda dentro e fuori i luoghi di lavoro. Si costruisca un fronte unito e forte tra tutti i lavoratori, pubblici e privati. Va spiegato con forza che oggi, all’ordine del giorno, non c’è solo l’attacco ai lavoratori pubblici ma stanno distruggendo tutto lo stato sociale, i diritti che sono stati conquistati decenni fa.
È necessario porsi l’obiettivo strategico di costruire un’alleanza stretta tra lavoro pubblico e cittadini che poi, in fin dei conti, sono gli stessi lavoratori.
Non è più il tempo di proporre cortei-passeggiate durante le giornate di lotta dopo le quali i lavoratori hanno la condivisibile sensazione di aver scioperato inutilmente. Si presidino le strade, si occupino i luoghi del potere e le sedi politiche decisionali, si lotti per davvero. Noi lavoratori abbiamo una forza straordinaria, è il momento di usarla.

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