Contratto dei metalmeccanici: un accordo da bocciare!

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Il contratto nazionale diventa un contratto con una dimensione regolatoria, spinge sui contratti aziendali legati molto alla produttività, e verso un metodo che è la collaborazione per la competitività interna alle fabbriche in linea con il Patto della Fabbrica [proposto da Confindustria ndr]” (ilSole24Ore 27/11/2017). Ancora una volta nessuno meglio del capo dei padroni Boccia, può sintetizzare il vero significato dell’accordo raggiunto sabato 26 novembre per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici.

 

Lo vogliamo dire senza giri di parola, dopo questa intesa nulla sarà più come prima per i diritti e le condizioni dei lavoratori. Non è un caso che il 7 dicembre è previsto il primo incontro tra Confindustria e le tre confederazioni per definire le regole del nuovo modello contrattuale proprio basandosi su quanto stabilito dai meccanici.

Cosa prevede davvero il contratto firmato

Negli scorsi giorni sono circolati diversi comunicati sindacali che hanno provato a spiegare, in maniera per lo più piuttosto parziale e confusa, cosa preveda il nuovo CCNL. Tuttavia, come sempre in ambito sindacale, al di là dei proclami per capire la portata della gravità di quanto sottoscritto da Fim Fiom Uilm bisogna entrare nel merito del testo dell’accordo.

Salario:

Le organizzazioni sindacali hanno provato a sostenere che questo contratto porta nelle tasche dei lavoratori 92 euro al mese in tre anni. Basta in realtà una disamina attenta del testo dell’accordo per evincere che le cose stanno in ben altra maniera.

Innanzitutto per la prima volta si accetta che l’aumento del salario al momento della stipula non sia certo e stabilito ma meramente “presunto”, cioè ipotetico. Dal 2017 sarà a giugno di ogni anno che si saprà di quanto davvero aumenteranno i minimi tabellari dei salari. Si introduce infatti un meccanismo automatico dell’aumento dei minimi “ex post” in base all’indice IPCA reale. Ciò significa che d’ora in avanti gli aumenti dei minimi avverranno con 6 mesi di ritardo rispetto all’anno di riferimento causando già di per sè una evidente perdita salariale. Secondariamente si accetta come riferimento della variazione dei prezzi proprio quell’indicatore IPCA che non solo la Fiom ma tutta la Cgil aveva sempre contrastato in quanto tacciato di non essere minimamente veritiero. Pertanto si istituisce una scala mobile al contrario che dà la certezza del NON recupero del potere d’acquisto. Prova ne è precisamente questo stesso rinnovo che prevede zero euro di aumento per il 2016, forse 9 euro per il 2017 e forse un totale di 51,7 euro in ben 4 anni. Ricordiamo che la Fiom nella sua piattaforma aveva chiesto sì un aumento si di 50 euro…ma per il solo 2016! Inutile ricordare che nessun altro contratto nazionale rinnovato di recente è riuscito a fare peggio!.

Tuttavia l’aspetto più grave di tutta la vicenda è un altro. Infatti se fino ad oggi ogni rinnovo di contratto era una sfida per ottenere aumenti salariali maggiori possibili, d’ora in avanti tutto ciò non potrà più accadere. L’introduzione del suddetto automatismo, assieme alla cancellazione definitiva del “valore punto” (ovvero la cifra che quantificava l’ammontare di ogni 1% di aumento), mette la parola fine a qualsiasi possibilità futura di contrattazione dell’aumento del salario da parte sindacale a livello nazionale e generale. Questo meccanismo automatico impedirà in sostanza anche solo di poter rivendicare contrattualmente una maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta ai lavoratori.

A questo si aggiunga che l’aver stabilito l’assorbibilità di tutti gli incrementi fissi della contrattazione aziendale futura (ad eccezione di quelli legati alla modalità di effettuazione della prestazione) e di quella individuale che non sia espressamente “non assorbibile” apre ad un altro principio di fondo. D’ora in avanti gli aumenti del contratto nazionale non verranno dati più in maniera uguale ed uniforme a tutti i lavoratori ma solo a chi non avrà questo tipo di voci salariali aziendali. Un aumento non per tutti ma solo per alcuni, questo era esattamente quanto fin da subito aveva richiesto Federmeccanica e per cui Fim Fiom Uilm avevano interrotto le trattative un anno fa e proclamato 20 ore di sciopero. Anche i soldi dati dalla controparte alle voci previdenza integrativa (7,69 euro mensili) e sanità integrativa (12 euro mensili) non sono per tutti ma solo per chi sceglie di usufruire di tali istituti. In questo modo il contratto nazionale perde il suo ruolo di tutela universale.

D’altro canto questa assorbibilità rappresenta una chiara penalizzazione per i lavoratori di quelle aziende in cui, proprio perché il sindacato è più forte e radicato, si sono ottenute negli anni con le lotte condizioni di miglior favore. Così come è un altro colpo alla contrattazione dove il sindacato è più forte, l’obbligo introdotto di avere premi di risultato aziendali solo totalmente variabili. Si sancisce così definitivamente il principio per cui il rischio d’impresa è rovesciato integralmente sulle spalle e sui portafogli dei lavoratori.

Che dire poi del tanto decantato welfare? Una delle argomentazioni usata dal gruppo dirigente della Fiom per giustificarne l’accettazione era che siccome i padroni comunque li avrebbero usati, era meglio li usassero contrattandoli con il sindacato per evitare un processo di fidelizzazione dei lavoratori verso l’azienda. Peccato che nel contratto firmato l’unico elemento stabilito è l’ammontare di questo Welfare aziendale, vale a dire 450 euro in 3 anni. L’unica cosa infatti che si dice è che “le aziende attiveranno a beneficio di tutti i lavoratori piani di Flexible Benefit”. Come saranno gestiti? Con che caratteristiche? Il fatto che null’altro sia specificato lascia intendere che saranno a totale gestione e discrezione delle aziende, alla faccia della fidelizzazione!

Altrettanto dicasi per l’ultima voce spacciata come salario dei lavoratori, ovvero quella della “formazione soggettiva”. Con tale dicitura si prevede la possibilità per il lavoratore che nell’arco dei primi due anni di un triennio non ha frequentato corsi di formazione organizzati dall’azienda, di poterne svolgere su propria richiesta personale per un massimo di 24 ore. Per tale tipologia di corsi la Direzione Aziendale dovrà sborsare 300 euro, soldi che fanno dire ai vertici sindacali che i lavoratori hanno altri 7,68 euro mensili di salario aggiuntivo. Le cose purtroppo stanno in ben altra maniera. Infatti innanzitutto di queste 24 ore a disposizione, solo 16 sono a carico aziendale mentre 8 sono a carico del lavoratore. Perciò a quei 300 euro andrebbe quantomeno sottratto il costo delle 8 ore di permesso retribuito che il lavoratore deve consumare e che per un 3° livello ammonta a circa 73,4 euro. In secondo luogo questo “diritto” è soggettivo solo sulla carta. Recita infatti il testo “il diritto soggettivo sarà esigibile per iniziative formative sulle quali l’azienda, anche di intesa con le RSU, ha dato informazione ai lavoratori o, in subordine, per partecipare a iniziative formative finalizzate all’acquisizione di competenze trasversali, linguistiche, digitali, tecniche o gestionali, impiegabili nel contesto lavorativo dell’azienda.” Dunque in ogni caso è sempre l’azienda che in ultima analisi decide cosa come e quando. Perciò viene fatta passare per diritto e altresì retribuzione del lavoratore qualcosa che è a totale discrezione ed utilità esclusiva del padrone!

Quindi per riassumere dei 92 euro di aumento millantati, a parte i 51,7 presunti ma non certi di aumento sui minimi assorbili restano da un lato i 7,69 euro sulla previdenza più i 12 euro sulla sanità integrativa che andranno solo a chi ne usufruisce e dall’altro i 12 euro sul welfare e i 7,68 (meno le 8 ore di Par) a gestione discrezionale delle singole aziende. Si capisce bene perché anche Renzi, noto per la sua vicinanza a Confindustria e banchieri, dichiari alla vigilia del referendum che questo contratto “è un passo avanti importante” (ilSole24Ore 27/11/2016).

Parte normativa:

Per quanto riguarda la parte normativa il primo elemento clamoroso che salta agli occhi è che viene rinnovato il contratto separato del 2012. In un batter d’occhio anche la Fiom riconoscendo, appunto rinnovandolo, quel contratto tanto osteggiato fino a poche settimane fa, cancella e rinnega gli 8 anni di lotte passati. La prima domanda che viene da porsi è che fine fa quanto si scriveva su iMec (il giornalino della Fiom) il 11 dicembre 2012 e qui facilmente reperibile  . Che dire del regime con cui viene regolata la malattia che ora anche la Fiom accetta? E della disponibilità unilaterale da parte aziendale della gestione degli orari? E dell’aumento effettivo dell’orario di lavoro a un massimo di 120 ore complessive tra straordinario comandato e flessibilità? Si è dichiarato che si è riaffermato il ruolo delle Rsu nella gestione degli orari ma in realtà l’unica cosa che viene un po’ migliorata rispetto al 2012 è la gestione della cosiddetta plurisettimanalità che ora diventa subordinata all’accordo con le Rsu per quanto riguarda i periodi di recupero.

Anche sulla sanità integrativa i nostri proclami degli scorsi mesi restano pura filosofia. Se già quelli sulla nostra contrarietà di principio alla sanità integrativa erano da tempo finiti in cavalleria, questo contratto fa carta straccia anche delle buone intenzioni che volevano la costituzione di una chimerica sanità integrativa a sostegno (sic!) del sistema sanitario pubblico. Infatti il testo prevede semplicemente l’estensione a tutti i lavoratori e loro familiari della sanità integrativa già in vigore “MetaSalute”, frutto del precedente contratto separato. Nulla si specifica su un suo ipotetico utilizzo a sostegno del servizio sanitario nazionale, solo se ne determinano le quantità economiche ad esclusivo carico (bontà loro) dei padroni per 156 euro annui.

Sorte analoga tocca alla clausola inerente le cosiddette “intese modificative”, ovvero quel diritto padronale a poter derogare le normative la cui presenza aveva indotto la Fiom giustamente ad affermare che se non fosse stato cancellato sarebbe stata la fine del contratto nazionale. In questa tornata le intese modificative vengono interamente riconosciute dalla Fiom anche se parrebbe nella formulazione propria del Testo Unico sulla rappresentanza. Il condizionale è d’obbligo perché il testo stipulato prevede solo una generica condivisione delle parti “ad allineare ed armonizzare le prescrizioni contrattuali del CCNL con quelle del Testo Unico 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza”. Che sia la modalità del 2012 o quella del TU, in ogni caso anche su questo versante la Fiom si rimangia quanto sostenuto per oltre un lustro accettandone il principio.

Anche sul Testo Unico la Fiom accetta di applicarne i dettami rinunciando alla propria scelta intrapresa nel 2014 di “non sentirsi vincolata a quella intesa” (cit. M. Landini da Il Fatto Quotidiano del 20/01/2014). Non è forse vero che la nostra categoria per bocca del suo segretario generale all’epoca dichiarò che il Testo Unico introduce “elementi di limitazioni delle libertà dei sindacati anche in contrasto con la recente sentenza della Corte costituzionale sulla Fiat” (ibidem)? Perchè oggi si è cambiato idea? Ci si permetta inoltre di far notare quanto sia pericolosa la scelta di demandare alle prossime settimane la definizione tra le parti dell’applicazione pratica di tale intesa. Ciò significa che argomenti estremamente delicati come l’esigibilità degli accordi ed eventuali clausole di raffreddamento e/o sanzionatorie degli scioperi verranno affrontati a vertenza chiusa e a bocce ferme.

Infine, come se non bastasse, a tutto questo il nuovo contratto aggiunge una serie di peggioramenti ulteriori . Per esempio sulla gestione della legge 104 si peggiora addirittura la legge e si pretende che il lavoratore fornisca all’azienda una pianificazione con 10 giorni di anticipo sull’intero mese di riferimento.

Si innalza l’età massima per cui i trasferimenti potranno avere carattere obbligatorio a 52 anni per gli uomini e 48 per le donne dai precedenti 50 e 45.

Persino il capitolo sul futuro riassetto dell’inquadramento con il passaggio dalle attuali categorie a future non meglio definite fasce/aree, pur nella sua genericità, apre a scenari pericolosi. Infatti scrivendo che “in fase di prima applicazione, il reinquadramento dei lavoratori dovrà essere attuato senza perdite né vantaggi per le aziende e i lavoratori” si lascia intendere che in una fase successiva dell’applicazione, possibilità di demansionamenti e perdite salariali potranno invece esserci eccome.

Inutile dire che di tutti i punti qualificanti la piattaforma presentata dalla Fiom non v’è traccia, a partire dal contrasto al jobs act ed alla clausola sociale sugli appalti. Come si può ben vedere dunque anche ad una disamina superficiale del testo siamo di fronte ad una resa totale del gruppo dirigente della Fiom alle logiche di Confindustria.

Un tale insieme di regole rappresenta un sistema contrattuale completamente nuovo basato sullo svuotamento completo del contratto nazionale e sulla perdita del suo ruolo di tutela generale dei diritti dei lavoratori.

Delegati e lavoratori si mobilitino per respingere questo contratto e riprendersi la Fiom e la Cgil

Sbaglia chi cerca le ragioni della resa del gruppo dirigente della Fiom in considerazione di carattere personale o individuale. I motivi di questo epilogo sono tutti ed esclusivamente di carattere politico. Come più volte abbiamo ripetuto in questa epoca gli spazi per la concertazione o per i “compromessi” con i padroni sono completamente spariti. Per questo la Fiom, pur con tutti i suoi  buoni propositi e programmi, ha dovuto soccombere a Confindustria. Ai militanti, ai delegati, ai lavoratori agli iscritti alla Fiom ora il compito di contrastare questa debacle non scegliendo la strada della demoralizzazione e dell’abbandono ma scegliendo di riprendersi la propria organizzazione. Una tale impresa passa innanzitutto dal costruire una campagna il più ampia possibile nelle prossime settimane per far bocciare nelle fabbriche questo accordo. Ma questo da solo non basta.

Si invitino tutti i lavoratori metalmeccanici non solo a votare No ma soprattutto ad iscriversi alla Fiom pretendendo di diventarne protagonisti attivi diretti e coscienti. Pretendendo che la più grande ed importante organizzazione del movimento operaio di questo paese abbandoni la strada della collaborazione di classe e riprenda la via del conflitto e della rottura delle compatibilità con un sistema che offre oggi ai lavoratori solo miseria e sofferenza.

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