Contratto grande distribuzione: i padroni ci vogliono schiavi moderni disorganizzati.

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Il 13 aprile 2016 si è rotto il tavolo delle trattative tra Federdistribuzione, rappresentante della Distribuzione Moderna Organizzata ( DMO ) e i sindacati di categoria di CGIL, CISL e UIL.

 

Il giorno dopo si è svolto il direttivo regionale lombardo della Filcams Cgil dove ci è stato spiegato il perché della rottura del tavolo.

I padroni propongono un aumento di 85 euro (lordi) al 4° livello per il triennio 2016/2018.

Oltre alla solita elemosina, gli 85 euro, si deve tener presente che Federdistribuzione non intende dare un solo centesimo per i due anni persi senza contratto e che pretende che il rinnovo del contratto parta dal 2016. Pretendono di fare partire il nuovo contrato da questo anno e non dall’anno di scadenza e che duri fino al 2018. In parole povere il rinnovo che dovrebbe valere per gli anni 2014/2016 invece, secondo Federdistribuzione, arriverebbe fino al 2018, quindi 5 anni anzichè 3.

Aggiungono i padroni, però, che questi aumenti verranno dati solo dalle aziende che già non prevedano dei premi aziendali, altrimenti i premi aziendali assorbiranno i futuri aumenti! In pratica la stessa proposta che ha fatto Federmeccanica ai sindacati metalmeccanici e che ha portato alla rottura della trattativa e allo sciopero del 20 aprile.

Non solo; nel caso l’azienda dovesse chiudere il bilancio in rosso per due anni di seguito, potrebbe bloccare gli aumenti previsti, in modo unilaterale e riorganizzare il lavoro dei propri negozi senza nessun confronto sindacale.

C’è poi la proposta di nuovi enti bilaterali che rispecchino meglio le esigenze delle imprese che tradotto vuol dire una nuova sanità integrativa, anche se alcune aziende già l’hanno fatta ed un nuovo fondo pensione. Perché questo? Per la sanità integrativa è facile capirlo; una spesa minore per le aziende, minor servizi erogati ai lavoratori e quindi aumento dei costi per i lavoratori stessi. Per il fondo pensione integrativo, probabilmente le aziende vogliono gestire direttamente quei soldi e se possibile specularci.

Prendendo spunto dal Jobs act si insiste molto sulla possibilità di demansionare i lavoratori in caso di crisi aziendale.

Si insiste anche sulla possibilità che i contratti aziendali possano derogare il contratto nazionale ed infine stanno pensando di partire con aumenti salariali già da maggio per mettere in cattiva luce il sindacato agli occhi dei lavoratori dimostrando che il sindacato non serve per avere gli aumenti salariali.

A fronte di tutto ciò, le organizzazioni sindacali hanno dichiarato un pacchetto di otto ore di sciopero per il 28 maggio ed altre 8 da utilizzare a livello locale.

Bene han fatto i sindacati a rompere il tavolo delle trattative ed a dichiarare sciopero, anche se è inutile nascondercelo; la rottura ancora una volta è stata determinata dall’arroganza padronale. Però, perché aspettare il 28 maggio?

Si continua a sperare che il padrone si ravveda e venga folgorato sulla via di Damasco? Se così fosse sarebbe solo un’illusione. I lavoratori, probabilmente ad un ennesimo sciopero/festa/spot non aderiranno volentieri, mentre se gli si offrisse qualcosa di più efficace, che dia l’idea che si vuole fare sul serio, allora, potremmo avere un riscontro. A tanta arroganza padronale si dovrebbe rispondere certamente con uno sciopero, ma immediato e non dopo un mese e mezzo! Si dovrebbe dichiarare cosa si vuole ottenere con lo sciopero e fare delle proposte , non solo discutere la piattaforma padronale.

Ci sono altri aspetti che lasciano dubbiosi.

Se da una parte è giusto rendersi indisponibili a certe richieste assurde dei padroni, dall’altra parte si dovrebbe almeno fare un minimo di autocritica.

Un anno fa gli stessi dirigenti sindacali hanno firmato un contratto con Confcommercio dove si parla di demansionamento, della possibilità di assumere con 2 livelli inferiori di inquadramento rispetto al lavoro svolto, così come si è accettato di siglare il contratto senza il riconoscimento della vacanza contrattuale.

Per ciò che riguarda la possibilità di andare in deroga al Contratto nazionale con il Contratto aziendale certo non si dovrebbe, ma Cgil, Cisl e Uil con l’accordo del 28 giugno 2011 hanno aperto la strada a questo percorso e poi non si è tentato di fare niente quando, due mesi dopo, il governo Berlusconi ha messo in legge questa possibilità con il famoso articolo 8 della finanziaria nell’agosto 2011.

Sì alla rottura del tavolo delle trattative; Sì allo sciopero, ma proprio perché questa volta deve essere sciopero vero!

Sì anche alle assemblee di tutti i lavoratori in tutti i luoghi di lavoro, non solo per essere informati di cosa succede e che tra 40 giorni ci sarà uno sciopero, ma per organizzare una vera mobilitazione che sappia fare in poche settimane quello che il gruppo dirigente non è riuscito ad organizzare in otto mesi. Tanti infatti sono i mesi da cui si discute e alle spalle abbiamo già due scioperi decisamente riusciti ma troppo diluiti nel tempo.

Gli scioperi spot e passeggiate rituali si sono dimostrate inutili.

Sì ad una vera lotta da costruire nei luoghi di lavoro con sana pazienza ricostruendo un legame forte con i lavoratori.

Solo questo può portare alla firma di un contratto che tale può essere chiamato.

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