I lavoratori Corghi hanno vinto la prima battaglia!

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I lavoratori Corghi hanno vinto la prima battaglia ma la guerra è solo all'inizio.

La Corghi Spa è una grossa e storica azienda domiciliata a Correggio, nella bassa reggiana. Nonostante la concorrenza sia sempre più agguerrita, si mantiene leader mondiale nel settore della produzione di macchinari per gommisti: dai ponti sollevatori, agli smontagomme, alle equilibratrici, per tutti i veicoli con ruote e copertoni.

Siamo in Emilia, e alla Corghi il radicamento della Fiom è forte. Negli anni si sono ottenuti importanti risultati sul piano della contrattazione aziendale. Ciò ha permesso di mediare il conflitto di classe, con relazioni tradizionalmente dialoganti e positive fra rappresentanza sindacale e dirigenza aziendale, salvo inevitabili tensioni nei momenti dei rinnovi contrattuali, o per eventi eccezionali quale l'apertura di un nuovo stabilimento nel 2008, sempre a Correggio, allorquando si dovevano definire le regole da applicarvi in merito ai turni, visto anche il tentativo dell'azienda di non riconoscere il contratto aziendale per il personale impiegato nel sito più recente. 

Come per la maggior parte delle imprese del settore metalmeccanico, anche la Corghi ha risentito della crisi, soprattutto nel 2009, salvo poi riprendersi in termini di fatturato. Conseguentemente nel corso degli ultimi anni ha intrapreso un processo di riorganizzazione e accorpamento delle filiali. Ciò ha comportato anche una diminuzione dell'organico, che è passato dagli oltre settecento dipendenti del 2008, sparsi nelle varie società controllate e sedi distaccate in Italia e all'estero, agli attuali cinquecento circa.

I primi tagli si sono avuti nel 2009, con il mancato rinnovo dei contratti a termine e con l'apertura della mobilità incentivata per chi era prossimo alla pensione (alcuni ritrovatisi esodati a segito della legge Fornero); poi con licenziamenti avvenuti a più riprese, che hanno riguardato soprattutto siti fuori regione, lontani dal paese di origine dove l'azienda è nata, e dove tuttora vivono e lavorano gli eredi dei fondatori e la maggior parte del personale.

Tutto ciò appariva quindi lontano e poco sentito dagli addetti nei tre siti correggesi, e le locali organizzazioni sindacali non hanno mai promosso scioperi in solidarietà coi lavoratori degli altri stabilimenti, né è mai giunta tale richiesta da parte delle rappresentanze sindacali dei siti coinvolti nel processo di ridimensionamento, che hanno preferito affrontare in totale autonomia le vertenze.

Nel 2014, per la prima volta, l'azienda apre una procedura di mobilità a carico di una ventina di impiegati degli stabilimenti reggiani, di cui la maggior parte non vicini all'età pensionabile. La vicenda si conclude con un accordo sindacale per un incentivo economico e una mobilità presentata come volontaria, ma rispetto alla quale, in caso di rifiuto ad aderire, gli impiegati designati dall'azienda come esuberi sarebbero andati comunque incontro al licenziamento e avrebbero avuto la sola alternativa di provare la via giudiziale per tentare di ottenere la reintegra. Questa prima vertenza “emiliana” si è risolta senza mobilitazioni, perché a parte un'eccezione, nemmeno gli impiegati coinvolti erano disposti a scioperare per difendere se stessi. E gli operai non dimostravano nessun entusiasmo nel protestare per tutelare chi non era mai stato al loro fianco nelle lotte passate.

Sempre nel corso del 2014, la dirigenza aziendale tramite riunioni con tutti i dipendenti, inizia a fare promozione dell'ipotesi di introdurre il “welfare aziendale”; ovvero l'idea di sostituire parte del salario con un paniere di servizi e buoni spesa. La proposta, presentata come un grande vantaggio per i lavoratori, al momento rimane fumosa perché non è stata dettagliata, non ci hanno illustrato nulla di concreto da poter valutare e discutere: era un modo per tastare il terreno, per sondare la disponibilità dei lavoratori e della Fiom. Disponibilità che al momento non c'è.

Nell'estate del 2015 si ha un'ulteriore svolta: dopo una serie di sospetti dei lavoratori e smentite da parte della dirigenza, prima delle ferie estive inizia la delocalizzazione di una linea produttiva in Croazia. La risposta della Fiom e dei lavoratori è uno sciopero riuscito, con l'adesione per la prima volta nella loro vita di alcuni impiegati, e un corteo che si conclude in municipio dal sindaco, coinvolgendo così le istituzioni affinché prendano posizione. Il direttore generale della Corghi risponde negando l'intenzione di voler trasferire la produzione all'estero, ma lascia intendere che se non si accetta una riduzione del costo del lavoro tramite il welfare aziendale quella sarà la strada. Arriviamo quindi a fine novembre 2015, quando la dirigenza aziendale dichiara un esubero di personale e comunica di aver aperto unilateralmente una procedura di mobilità a carico di 54 lavoratori, questa volta in maggior parte operai, nonostante nel corso dell'anno la Corghi abbia realizzato fatturati a livelli pre-crisi che le avrebbero consentito di chiudere l'esercizio in utile. 

Il clima tra i lavoratori, all'inizio di questa nuova vertenza, era di grande sfiducia, sebbene l'adesione all'ultimo sciopero fosse stata massiccia. I più dicevano che si scioperava perché non rimaneva altro da fare, ma che non sarebbe servito a niente, perché i padroni come il governo fanno quello che vogliono, e ormai gli scioperi, le manifestazioni e i sindacati non contano più nulla. 

Questo pessimismo tra le fila dei lavoratori è dovuto alle false partenze e alle finte lotte condotte negli ultimi anni dalla Cgil, cui anche la Fiom si è adeguata, e che ha portato a cocenti sconfitte: 

- sulla riforma delle pensioni, per la riforma Fornero del maggio 2012 e l'ultima sul Jobs Act. La disillusione dei lavoratori rispecchia in realtà la mancanza di fiducia riguardo alla capacità di lottare da parte della classe operaia che serpeggia tra i funzionari della Fiom e le stesse RSU.

Questa volta però, dopo aver messo in campo metodi di lotta che non avevano precedenti nella recente storia sindacale della nostra azienda, si sono potute smentire le attese negative: a seguito di una mobilitazione proclamata ad oltranza, costata circa trenta ore di sciopero organizzato prevalentemente a singhiozzo, con mezz'ora di fermata e mezz'ora di lavoro (un modo per ridurre il sacrificio salariale a carico dei lavoratori e massimizzare l'ostacolo alla produzione), cui è seguita una complicata trattativa, abbiamo costretto la dirigenza dell'impresa a più miti consigli. Il cinico disegno del licenziamento di massa è stato ritirato grazie alla determinazione e alla compattezza delle maestranze, e alla solidarietà tra lavoratori (in questa occasione hanno scioperato con noi anche gli addetti del sito toscano, non coinvolti nella mobilità). I posti di lavoro verranno garantiti dal contratto di solidarietà, e per chi lo desiderasse ci sarà la possibilità di dimettersi con la mobilità incentivata, su base esclusivamente volontaria. Nonostante ciò, le rsu più moderate e ancorate alla tradizione concertativa, sorprese dall'entità dell'attacco padronale e altrettanto incredule per l'esito positivo della vicenda, continuano a sminuire o negare la disponibilità a lottare dei lavoratori anche di fronte alle evidenze: dicono che se lo sciopero fosse continuato un giorno di più si sarebbe sfaldato il fronte, dimenticando il dibattito sorto tra diversi operai in presidio che chiedevano di radicalizzare la mobilitazione attuando veri picchetti, senza sospendere la lotta nemmeno durante la trattativa. Queste rsu (e lo stesso funzionario) vedono la bassa adesione ad iniziative quali la manifestazione della Fiom del 21 novembre come effetto di un'indifferenza generale, di una scarsa coscienza di classe, e non come la stanchezza dei lavoratori rispetto ad iniziative giudicate inutili e simboliche. Al di là dell'apparente indifferenza, vi è in realtà la disponibilità a sostenere mobilitazioni condotte con metodi che appaiano efficaci. Quando i lavoratori pensano che i propri dirigenti sindacali siano pronti a condurre una lotta fino in fondo, senza arrendersi, allora vi prendono parte in modo massiccio come abbiamo visto nell'autunno 2014 contro il Jobs act e in tante altre occasioni.

A dispetto delle previsioni pessimistiche, il risultato conseguito con la lotta alla Corghi dà speranza e alimenta la fiducia tra i lavoratori, ma siamo tutti consapevoli di come non sia finita qui. Si è solo raggiunta una tregua armata. L'azienda si è impegnata a non aprire nuove procedure di mobilità unilaterali solo fino al prossimo autunno. I padroni torneranno presto alla carica: in linea con l'orientamento nazionale di Confindustria e Federmeccanica, hanno espresso la chiara volontà di tagliarci gli stipendi con la formula che chiamano ipocritamente “welfare aziendale”. Inoltre, non si è fermata la progressiva delocalizzazione verso paesi dove la manodopera è più debole e ricattabile.

Ma ormai abbiamo imparato come si deve fare: sappiamo che la lotta paga, e quando sarà il momento saremo pronti a ripartire! Sicuramente, se non è stata semplice adesso, le condizioni in cui saremo costretti ad agire in futuro si faranno ancora più complicate (per noi come per tutto il movimento operaio). Ci troviamo in un contesto di economia globale permanentemente in crisi, rispetto alla quale le momentanee, parziali e impercettibili riprese (come quella sbandierata dal governo nel corso del 2015) non segnano in realtà una stabile inversione di tendenza, che è destinata a insistere in una congiuntura di stagnazione e recessione. 

Il calo della domanda aggregata porta a un progressivo indebolimento delle aziende, sempre più costrette per sopravvivere a mettere mano a tutte le voci di spesa, comprese quelle per i propri organici. Con la diminuzione del pil continueranno a calare i gettiti degli stati e gli introiti degli enti locali, con conseguente ulteriore ridimensionamento di un welfare pubblico già pesantemente tagliato. Il che significa riduzione o scomparsa degli ammortizzatori sociali, comunque decurtati dalle riforme Fornero e Renzi, destinati a far fronte a situazioni come quelle vissute in Corghi.

Alla luce di ciò sarà sempre più improbabile, nel lungo periodo, pensare di poter contrastare efficacemente, sul terreno della sola lotta aziendale, i licenziamenti e tutti gli attacchi al salario, ai diritti e alle condizioni dei lavoratori. Intendiamoci: non bisogna mai dare per persa una vertenza prima di aver fatto tutto il possibile per vincerla, prima di aver dispiegato per intero il potenziale di combattività e resistenza che i lavoratori e i loro alleati possono esprimere. Anche di fronte allo scenario peggiore non bisogna perdere la speranza. Esiste l'imponderabile: la lotta e la determinazione di chi la conduce sprigionano energie con effetti talvolta inattesi. Non è sempre possibile determinare a priori l'esito di una battaglia, perché nel corso di essa possono presentarsi svolte impreviste e nuove opportunità. 

Ma il capitalismo impone delle regole ferree: un'impresa non può sopravvivere se non ha mercato, se le sue produzioni non vengono vendute perché è costretta ad applicare prezzi più elevati rispetto alle concorrenti, a causa dei maggiori oneri e costi di produzione (in primis il costo del lavoro). Così come è destinata al fallimento se opera in perdita, quando seppur vendendo non realizza profitti!

Perciò, l'origine delle ristrutturazioni e delle controriforme che tanta miseria e sofferenza portano alla nostra classe, non è da imputare a un capriccio o alla malvagità dei padroni e dei loro governi (anche se il loro cinismo, avidità e incompetenza giocano sovente un ruolo), bensì alle leggi che sovrintendono all'esistenza di questo sistema economico: la ricerca del profitto; la concorrenza in un mercato sempre più angusto, nonostante ormai non abbia più confini e abbracci il mondo intero; la proprietà privata dei mezzi di produzione e del capitale, attraverso cui si realizza la moderna forma di schiavitù, quella salariale, e da cui discende la concentrazione di ricchezze sempre più grandi in poche mani a fronte di un generale impoverimento. Con l'incancrenirsi della recessione, in tutte le vertenze che inevitabilmente sorgeranno via via più numerose contro i licenziamenti e i tagli degli stipendi, in tutte le Corghi e le Saeco che vedremo nel prossimo futuro, i margini per raggiungere un esito come quello che abbiamo ottenuto in Corghi si presenteranno sempre più stretti. Non in tutti i casi è detto che si possa ricorrere al salvagente del contratto di solidarietà o alla cassa integrazione, e comunque anche gli ammortizzatori sociali non hanno una durata infinita. Servono solo per spostare più avanti il problema, sperando che nel frattempo migliori la situazione, o si faccia avanti un acquirente per le aziende prossime al tracollo.

Ma, se come è più probabile la situazione non dovesse cambiare, si arriverà fatalmente alla resa dei conti. Per scongiurare esiti nefasti, le organizzazioni sindacali devono dotarsi di una prospettiva che vada oltre le vicende immediate delle singole vertenze; serve una strategia complessiva che guardi l'insieme dell'industria.

È giusto alzare il livello dello scontro con il ricorso a metodi di lotta più radicali (desueti negli ultimi trentacinque anni), come l'occupazione delle fabbriche. Tale proposta è stata ventilata dal segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini e ripresa dal segretario regionale Fiom dell'Emilia Romagna, Bruno Papignani, in merito alla Saeco. Queste pratiche, come i picchetti portati avanti dai lavoratori della logistica in particolare negli ultimi anni dal SiCobas, consentono di modificare i rapporti di forza in senso a noi più favorevole rispetto alle iniziative “routinarie” e spesso simboliche, a cui siamo stati abituati dai sindacati confederali in decenni di concertazione negli anni ante-crisi. Ma ancora più importante è capire come fare ripartire le aziende, garantendo i posti di lavoro, la pienezza dei diritti, la creazione di nuova occupazione, assicurando a tutti un reddito sufficiente per un'esistenza dignitosa e libera dal bisogno.

All'interno del capitalismo in crisi, non esiste possibilità di rispondere positivamente a tali esigenze per tutto l'insieme dei lavoratori. Togliamoci queste illusioni dalla testa! Come ha dimostrato l'esperienza del governo Tsipras in Grecia, non ci sono ricette di politica economica o monetaria in grado di invertire il corso di questa recessione, se si opera nel quadro delle convenzioni economiche e istituzionali vigenti e si accetta di rispettare il vincolo della proprietà privata capitalista. Forse solo un evento drammatico come le devastazioni di una guerra mondiale potrebbe gettare le basi per una ripresa paragonabile a quella conosciuta nei tempi d'oro della crescita postbellica. In mancanza di un simile accadimento, e nella speranza che non si verifichi mai, le prospettive sono di rimanere in una fase che alterna ristagno e contrazione del pil e dei mercati, con eventuali labili “ripresine”.

Di conseguenza, il capitalismo in crisi non potrà che riservare ai lavoratori un progressivo peggioramento delle proprie condizioni: un'ipoteca sul futuro che non si colora certo in tinte rosee. Un mondo dove il lavoro risulterà un'elargizione padronale, e non un diritto come lo definisce la costituzione (in realtà non lo è mai stato!). Il dover lavorare sarà sempre più un momento di squallore e abbrutimento, di fatica e umiliazione, e non il modo con cui un individuo può realizzare la propria personalità. Quindi, per i più, si prevede un avvenire di agonia e paura di perdere quel poco che si ha.

L'unica strada percorribile che possa dare qualche chance di invertire questa tendenza, il solo modo per difendere un patrimonio industriale minacciato di scomparire, per mantenere i posti di lavoro con le relative professionalità, per tutelare i diritti e gettare le basi di una ripresa occupazionale e dei redditi, con uno sviluppo ecologicamente sostenibile, vede come primo passo il rivendicare la nazionalizzazione delle imprese in crisi, che minacciano chiusure, delocalizzazioni o licenziamenti. Soltanto l'esproprio delle aziende consentirebbe di sottrarre le imprese e i posti di lavoro alle dinamiche del mercato e della speculazione. Tali espropri dovrebbero avvenire senza indennizzi, se non per i piccoli risparmiatori, perché le risorse sono limitate e servono per il rilancio dell'economia nell'interesse della collettività: nell'inconciliabilità degli intenti, l'interesse particolare del proprietario deve soccombere rispetto a quello generale, rappresentato dalla maggioranza che sono i lavoratori.

La proprietà non è sacra e inviolabile: di sacro e inviolabile c'è semmai la vita delle persone, e il diritto di proprietà si deve piegare a questo supremo valore. Siamo arrivati al punto in cui non ci possiamo più permettere di accettare la proprietà privata dei mezzi di produzione, perché risulta incompatibile con la nostra esistenza. Alla nazionalizzazione inoltre, e alla successiva gestione, si dovrebbe procedere sotto la supervisione di rappresentanti eletti dai lavoratori e delle organizzazioni sindacali. Solo un controllo dei lavoratori può prevenire fenomeni di corruzione, abusi, un uso distorto delle risorse e sabotaggi da parte di agenti del padronato, di certo non favorevole ad essere espropriato.

E dalla nazionalizzazione delle prime industrie, si dovrebbe poi passare a rivendicare con gli stessi criteri, anche la nazionalizzazione del sistema bancario e assicurativo, per procacciare i mezzi finanziari essenziali al fine di sostenere un piano economico di crescita e sviluppo, che dovrà essere discusso e approvato dall'insieme dei lavoratori.

Nel recente passato, un dirigente sindacale in vista come Maurizio Landini, ha esternato la necessità di addivenire ad una nazionalizzazione, anche se temporanea, intervenendo in merito alla situazione di crisi dell'Ilva di Taranto.

Al segretario della Fiom diciamo di trovare il coraggio per dare un seguito concreto alle sue parole, perché incontrerà il sostegno entusiasta da parte della schiera dei metalmeccanici e non solo. A noi lavoratori, agli attivisti, compete organizzarci e premere per far si che la rivendicazione dell'esproprio venga posta come obiettivo primario nelle piattaforme delle organizzazioni sindacali, a partire dalla Fiom. Sarebbe anche importante promuovere la costruzione di un partito di massa a rappresentare gli interessi della classe operaia, che si faccia carico di queste proposte, perché la disputa si gioca sul piano politico, oltre a quello prettamente sindacale. Una ripresa generalizzata delle lotte che sostenga anche la via degli espropri e la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori del patrimonio industriale e bancario, è l'unica possibilità che abbiamo di non affogare nel naufragio del capitalismo. 

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