Che fine ha fatto la trattativa sul rinnovo del contratto della distribuzione?

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All’inizio dell’estate, le trattative su i rinnovi contrattuali ( commercio e distribuzione ) si sono interrotte.

Al tavolo con CONFCOMMERCIO i sindacati hanno trovato molte difficoltà in quanto i padroni non fanno un passo indietro sulle loro richieste come il ritorno alle 40 ore, riduzione delle ROL (Riduzione Orario di Lavoro), orario spalmato su sette giorni, eliminazione degli scatti di anzianità.

Con FEDERDISTRIBUZIONE, tecnicamente, non c’è la rottura, ma si è in fase di stallo.

In questo caso si sta discutendo a 360 gradi, in quanto non esiste un CCNL della categoria; si è al primo tentativo, considerato che FEDERDISTRIBUZIONE ha scelto di uscire da CONFCOMMERCIO.

In questo caso i padroni non insistono sui punti sopra citati, ma la difficoltà starebbe nel trovare la quadra sulla bilateralità (vogliono nuovo enti per la sanità e pensioni integrative oltre l’ente sulla formazione), sulla produttività e sul mercato del lavoro.

In entrambi i casi c’è un altro elemento di contrasto; FILCAMS, FISASCAT e UILTUCS chiedono che i sindacati territoriali possano entrare nei luoghi di lavoro per indire assemblee anche in assenza di RSA o RSU. Qui i padroni sono molto uniti nel dire di no.

Poi c’è la partita legata al contratto della cooperazione.

La COOP, dopo sette mesi dalla scadenza del contratto, si rifiuta di sedersi al tavolo.

Sembrerebbe che voglia stare alla finestra a vedere cosa succede con il rinnovo del commercio per poi aderirvi, se lo ritenesse soddisfacente.

Da parte sindacale si continua ad esaltare la tenuta dell’unità, che evita l’ennesima firma separata. Per il resto grande frustrazione e demoralizzazione.

FILCAMS, FISASCAT e UILTUCS sono decisi a firmare quasi ad ogni costo, rinunciando a parte degli aumenti salariali ed a cedere ancora un po’ sul terreno dei diritti, ma siccome i padroni sono ingordi, la firma non arriva.

Secondo noi, si dovrebbero muovere i seguenti passi.

Definire una piattaforma precisa e puntuale; se unitaria, meglio, altrimenti la FILCAMS CGIL dovrebbe lanciare la sfida in proprio.

Va ripresa la piattaforma con la quale si è andati al tavolo delle trattative (sebbene insoddisfacente) che i padroni hanno messo subito in un cassetto decidendo che l’unica valida era la loro.

Si dovrebbe informare i lavoratori in modo preciso su cosa chiediamo, cosa vogliono i padroni e qual è lo stato dell’arte passo dopo passo (volantinaggi, assemblee, social network, presidi sparsi per il Paese).

Se non si dovesse trovare un accordo soddisfacente, occorre mobilitare i lavoratori.

Quali dovrebbero essere le richieste sindacali?

Stabilire la centralità del CCNL: è un assunto che vale per tutti, ma ancor di più in una categoria composita come lo è la nostra che vede tantissime attività medie, piccole e piccolissime, dove il contratto di secondo livello non esiste neanche nei sogni delle persone. Per cui dentro il CCNL ci deve stare tutto.

Bisogna tenere insieme la questione salariale e quella normativa.

Aumenti salariali che permettano ai lavoratori di avere un salario più che dignitoso, che permetta di arrivare a fine mese senza patemi. Lanciare una campagna in cui si dica: se c’è la crisi e se tutti dobbiamo contribuire per uscirne, inizino i padroni rinunciando ai loro profitti. Continuino i dirigente e manager riducendosi stipendi e dividendi.

Riappropriarsi del pagamento dei giorni di carenza (i primi tre giorni di malattia che sono totalmente a carico dell’azienda) e mantenere la volontarietà del lavoro domenicale (nel contempo fare una campagna nel Paese per eliminare l’odiosa liberalizzazione delle aperture fatta dal governo Monti per cui si può tenere aperto 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno.

Ridurre al minimo la possibilità dei contratti di apprendistato, a termine e part time week end ed innalzare la soglia della percentuale di obbligatorietà di conversione dei contratti precari in tempo indeterminato e full time.

Enti bilaterali sulla sanità.

Siamo contrari agli enti bilaterali ivi compreso quello sulla sanità. Questo è un meccanismo che ha contribuito allo smantellamento della sanità pubblica. Per cui meglio sarebbe lanciare una campagna nazionale per una vera sanità pubblica e gratuita.

I vertici sindacali hanno sempre considerato questa possibilità irrealistica. Questo solo perché sono loro per primi ad aver abbandonato ogni idea di sanità pubblica adeguata e gratuita. Tutto ciò è confermato dal fatto che negli enti bilaterali non provano neanche a rivendicare che il costo sia a carico delle aziende e che i servizi siano di alto livello. Oppure che vengano quanto meno abolite le franchige, oggi ogni lavoratore paga due euro al mese per l’adesione all’ente bilaterale. Adesione, va ricordato, obbligatoria.

Stendiamo poi un velo pietoso sugli enti bilaterali per la formazione. Di formazione ce n’è molto poca, in compenso è un meccanismo che i padroni utilizzano per gestire soldi pubblici per abbassare i costi delle maestranze. Di enti così possiamo farne a meno.

Ovviamente non si può aumentare il numero di ore di lavoro settimanale tornando alle 40 ore, così come non possiamo accettare la riduzione delle ore di permesso retribuito. In primo luogo perché sarebbero un taglio salariale ed in secondo luogo perché vorrebbe dire riduzione del personale, mentre c’è bisogno di fare nuove assunzioni.

L’articolo 8 della legge finanziaria dell’agosto 2011, governo Berlusconi, dice che i contratti, sia nazionali, che di secondo livello, possono derogare (tradurre con peggiorare) le leggi.

Da qui ne è derivato, in questi anni, che nelle trattative i vertici sindacali hanno sempre detto di avere le mani legate. I contratti però altro non sono che il risultato dello scontro tra interessi diversi, da un lato i padroni che vogliono massimizzare il profitto, dall’altro i lavoratori che vogliono salari e condizioni dignitose, a prescindere da cosa prevedono le leggi.

Se in questi decenni non fosse stato così non avremmo mai avuto il diritto alla pensione, la giornata di otto ore, il diritto alla malattia, alle ferie, alla maternità e tante altre cose. Tutte cose che in gran parte si sono ripresi e che molti lavoratori, in particolare nel commercio non hanno, proprio perché i nostri dirigenti sindacali hanno mantenuto un atteggiamento responsabile nelle trattative.

Le politiche di austerità sono una delle cause principali della riduzione dei consumi. Le condizioni dei lavoratori della distribuzione sono al limite, mentre nonostante il calo dei consumi le grandi aziende della distribuzione continuano a macinare profitti.

Le difficoltà a mobilitare i lavoratori del settore non risiedono quindi nell’indifferenza dei lavoratori, ma in primo luogo dallo scetticismo che i lavoratori hanno verso i dirigenti delle organizzazioni sindacali, che giudicano, arrendevoli e inadeguate a portare avanti una vera battaglia per difendere le condizioni di lavoro.

Per fare questo la FILCAMS si deve mettere nell’ottica di informare ed attivare i lavoratori. Che torni ad essere conflittuale e non concertativa. Che torni a chiedere e non si limiti alla riduzione del danno.

Così potremo risalire la china e tornare ad avere un contratto degno di questo nome.

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