La Cgil trentina firma il patto separato sulla produttività

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Ritengo sbagliato e non condivisibile fin dalle sue premesse l’accordo firmato tra le Parti Sociali, anche dalla CGIL del Trentino, denominato “nuove azioni per promuovere la produttività e la competitività del Trentino”.
La premessa, ma poi tutto l’insieme del documento, è finalizzata a valorizzare l’accordo sulla produttività stipulato a livello nazionale da CISL, UIL Confindustria, ecc. e Governo Monti e non sottoscritto dalla CGIL, legando alla sottoscrizione di accordi sulla produttività di secondo livello e territoriali l’erogazione dei benefici del protocollo di intesa e dei trasferimenti provinciali.

In particolare si parla di “spred di produttività” anche per il Trentino e di fatto si fa risalire a questo anche la crisi dell’economia provinciale.

Si tratta di una affermazione in gran parte errata. A ben guardare i settori provinciali più in crisi, a cominciare da quello più in crisi di tutti, il comparto edilizio, soffrono tutt’altro che di crisi di produttività bensì manifestano situazioni evidentissime di sovrapproduzione e di squilibrio fra la domanda e l’offerta. Se solo pensiamo che mancano alloggi popolari e invece ci sono migliaia di alloggi privati nuovi (sfitti) e che non scoppia in Trentino una bolla immobiliare prevalentemente perché, ad essere esposti sul mercato sono essenzialmente gli istituti di credito, cominciamo a renderci conto che il problema non è la produttività.

Ma eguale ragionamento vale per anche per altri settori in difficoltà, l’estrattivo (dove i fenomeni di internazionalizzazione delle aziende sono all’origine della crisi territoriale), i trasporti, dove le politiche recessive abbassano la circolazione delle merci, il commercio, i servizi.

E' giunto al capolinea un modello di sviluppo in aperta contraddizione con l’ambiente e il grandissimo peso raggiunto in Trentino dalla rendita fondiaria, urbana e finanziaria. Non ci si interroga mai ad esempio sul fatto che in Trentino negli ultimi 20 anni è aumentata la polverizzazione delle aziende (la trasformazione del settore edilizio è il paradigma di quanto è avvenuto) e nel contempo abbiamo assistito alla trasformazione di fatto in hòlding finanziarie di alcuni gruppi industriali (Marangoni, Zobbele, Pedri) che, unitamente alle finanziarie della Curia (l’ISA), gestiscono di fatto tutte le agenzie pubbliche esistenti e ne controllano gran parte del credito.

Si tratta di un modello che se non viene smantellato è pericoloso, non solo per l’economia, ma per la stessa democrazia in quanto concentra in pochissime mani poteri smisurati ed è il vettore concreto per la privatizzazione di enormi risorse pubbliche (valga per tutti l’esempio del Comune di Trento che ha ceduto ad una società pubblica, la SIT, il suo acquedotto e che è stato costretto a ricomperarselo spendendo quasi 40 milioni di euro che i nuovi proprietari di detta società si sono spartiti).

Questi sono i veri costi della politica, che vengono continuamente alimentati.

Alcuni passaggi del protocollo d’intesa sono poi assolutamente peggiorativi dello stesso accordo nazionale sulla produttività, anche se sono presentati come la sua anticipazione, ed in particolare se è vero che l’Irap aggrava la condizione delle imprese è assolutamente ingiustificato prevedere che le agevolazioni Irap saranno date soltanto alle aziende che faranno accordi di secondo livello.

Questo è il tentativo di arrivare ad una stagione di accordi che sistematicamente taglia fuori la CGIL imponendo accordi separati. Oppure è il tentativo di far firmare a livello locale alla CGIL quanto la CGIL nazionale ha respinto.

Come non è condivisibile, così come formulata, l’ipotesi di ulteriore riduzione della aliquota irap per i virtuosi che “aumentano del 5% rispetto al triennio precedente… o le ULA di personale a tempo indeterminato…” in quanto l’aumento del personale deve essere relativo a quanto stabilito dai piani industriali, pena dare ulteriori incentivi a chi, dopo aver licenziato e ridotto il personale per una crisi di ristrutturazione pesante, poi si assesta su livelli di personale e comunque notevolmente più bassi di quelli originari.

Un accenno merita anche la questione del Fondo Strategico.

Credo si debba essere contrari ad un Fondo Strategico gestito di fatto dalle imprese e finanziato prevalentemente con i fondi pensione innanzitutto perché, per l’ennesima volta i soldi sono di fatto solo quelli dei lavoratori, il cui investimento in politiche di sviluppo territoriale è auspicabile ma sotto la diretta regia pubblica, che sola può garantire il suo corretto utilizzo. Quando poi si legge che la finalità sarebbe aiutare le imprese in processi di internazionalizzazione (che spesso coincidono con le delocalizzazioni) il disaccordo diventa totale.

In ultimo, un accenno anche all’articolo di legge modificativo della legge provinciale sul lavoro ed in particolare al recepimento della norma di attuazione sugli ammortizzatori sociali. La proposta di fatto codifica l’uso dei fondi degli enti bilaterali per politiche di ammortizzazione sociale e definisce alcune forme di sostegno al reddito. Si tratta qui non solo di ripetere i ragionamenti fatti prima ma anche di conoscere i regolamenti di dette erogazioni e i criteri di accesso, pena poi delegare la polpa delle scelte alla Provincia e trovarci a vedere fasce importanti di lavoratori esclusi o discriminati.

Pertanto ritengo si sia compiuta una scelta sbagliata da parte della segreteria Cgil del Trentino che, senza alcun confronto democratico nel proprio Comitato Direttivo, si è resa colpevole di accettare in Trentino quello che la Cgil Nazionale ha giustamente rifiutato.

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