Pensioni Basta tavoli, è l’ora della lotta!

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Si chiama APE.  Non  è  un insetto fastidioso ma tanto importante  per  l’ecosistema, ma una nuova formula renziana per andare in pensione anticipatamente. Ma in anticipo rispetto a  che  cosa?  Rispetto  all’età pensionabile dei 67 anni stabilita  dalle  “riforme”  pensionistiche degli ultimi 20 anni, da ultimo la legge Fornero, che hanno provveduto in ogni occasione, regolarmente, a peggiorare le condizioni.

Non si tratta di un ravvedimento, tutt’altro. Siccome, come ci ricorda il governo, il tutto dovrebbe avvenire a costo zero, Poletti & C. hanno pensato ad un sistema per il quale chi sceglie di andare in pensione qualche anno prima (non prima comunque dei 63 anni di età) potrà farlo con comodissime rate da pagare per soli 20 anni successivi, a patto comunque di rinunciare al 2 -3% della pensione per ogni anno di “sconto”. Uno studio della Uil calcola che considerando un tasso d’interesse applicato del 3,5%, un lavoratore che accedesse con un anno di anticipo e con un trattamento pari a 1.000 euro lordi perderebbe così il 6,9% della pensione oltre al taglio nominale.

Questo solo per un anno di anticipo.

È questo, per ora, l’esito degli incontri che nell’ultimo mese si sono tenuti tra governo e sindacati. Ma di quale miglioramento del sistema pensionistico parliamo? Altro che tavolo per discutere delle proposte dei sindacati! Quello di cui trattasi è una discussione sulle proposte del governo. In sostanza i tre segretari Camusso, Furlan e Barbagallo si sono portati a casa la cartellina con le dispense contenenti le decisioni di Renzi.

In realtà, il governo ha ribadito l’intenzione di non modificare la legge Fornero e la volontà di consentire la flessibilità di uscita dei lavoratori con strumenti finanziari. Un nuovo banchetto con ricchi premi e cotillons per il sistema bancario in un settore già miniera d’oro, con la previdenza complementare.

Inizialmente  la Camusso aveva dichiarato esserci “qualche novità positiva” dal tavolo, salvo poi correggere il tiro. Aldilà di Cisl e Uil che sulla riforma Fornero mostrarono una certa complicità col governo Monti, la Cgil viene ricordata da milioni di lavoratori come chi nulla fece se non 3 ore di sciopero inutili nel dicembre 2011. Di fatto anche da parte del gruppo dirigente della Cgil quell’attacco fu motivato dalla crisi e dallo spread.

Quella sconfitta senza lottare è stato uno strappo nel rapporto tra i lavoratori e la Cgil che ricordano ancora quando un giorno la Camusso disse che “40 è il numero magico e non si tocca”, riferendosi agli anni di contributi per andare in pensione.

È proprio in nome di quell’arretramento che non sono ammesse ambiguità oggi. Questo tavolo va fatto saltare subito. Poletti e il sottose-gretario Nannicino sono stati chiari: con i sindacati non vogliono nessun accordo, solo un “confronto”.

Si lanci una mobilitazione, vera, da subito, senza incertezze, che blocchi il paese e che unifichi tutte le lotte in corso, a partire da quelle per il rinnovo dei Contratti nazionali. La legge Fornero va cancellata, va ripristinata la pensione di anzianità oggi nei fatti cancellata e il diritto di ogni donna e ogni uomo a 60 anni di età ad andare in pensione.

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