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Assemblea pubblica Il sindacato è un’altra cosa Modena 4 marzo 2016

Venerdì 4 marzo presso la Camera del Lavoro di Modena si è tenuta un'assemblea pubblica organizzata dall'area di opposizione in Cgil "Il sindacato è un'altra cosa" di Modena dal titolo "Mai più schiavi" sulla importante lotta dei facchini della ditta Castelfrigo a Castelnuovo Rangone (Mo). Pubblichiamo di seguito la relazione introduttiva svolta dal compagno Diego Capponi Rls Flai-Cgil presso la ditta Suincom. Una relazione che descrive alla perfezione qual è la situazione nelle aziende del settore alimentare della zona. L'uso fraudolento di appalti e cooperative di comodo da parti delle grandi aziende del settore e ciò che ne consegue in termini di condizioni per i lavoratori.

 

Salve a tutti sono Diego Capponi lavoro nel settore trasformazione e lavorazione carni. Il nostro settore è sempre all’avanguardia nella sperimentazione, legale ma soprattutto illegale delle varie forme di lavoro finalizzate allo sfruttamento delle persone in modo così radicale da poter essere tranquillamente definito caporalato, mascherato dietro a quelle che oggi si chiamano impropriamente cooperative, ma che sono in realtà cooperative spurie. Stiamo parlando della 47esima forma di precariato di cui nessuno parlava fino a quando qualche giorno fà la vicenda Castelfrigo ha reso l’argomento tema di trasmissioni televisive e di dibattito politico. In queste false cooperative, che dovrebbero avere finalità mutualistiche, i presidenti-caporali guadagnano cifre enormi e i soci lavoratori, in realtà schiavi, poco o niente. Per capire di cosa stiamo parlando bisogna chiarire che le tariffe orarie, di cui siamo a conoscenza, si aggirano dai 4 ai 7-8 euro comprensive di 13°, di 14°, di malattia, di infortunio, di tfr e di ferie: vengono stipulati finti contratti di 8 ore giornaliere, ma se ne lavorano, in realtà, 12/14/16/e a volte anche 20 , si arriva a  300/ 350 ore mensili e oltre, si lavora di sabato, di domenica, a Natale e a Pasqua, con orari che definire selvaggi è riduttivo, sempre sotto ricatto e senza alcuna possibilità di poter cambiare questo stato di cose, perché vige la legge del caporalequindi, “O FAI CIO’ CHE TI  DICONO O DOMANI TI RITROVI IN MEZZO AD UNA STRADA”. Questi lavoratori non partecipano mai alle assemblee che spetterebbero loro in qualità di soci semplicemente perché queste assemblee non vengono né convocate né svolte e quindi non sono loro a decidere e a votare i salari, i bilanci e la gestione della cooperativa. Le ore in eccedenza alle 8 giornaliere vengono pagate in nero sostanzialmente con tre formule diverse, in contanti, con assegni di piccolo taglio provenienti da correntisti assolutamente sconosciuti o sotto la voce “ indennità trasferta Italia”, che altro non è che una forma di elusione e di evasione fiscale sotto forma di trasferte inesistenti.

Moderni schiavi in tutti i sensi, cooperative costruite ad arte, molto spesso dalle stesse aziende committenti, che utilizzano un prestanome per nascondersi e aggirare la legge e soprattutto il fisco. Lavoratori divisi per etnie all’interno di una stessa cooperativa, messi gli uni contro gli altri per accaparrarsi il posto di lavoro ad ogni costo e a ogni condizione approfittando della difficoltà e troppo spesso, ormai, dell’indigenza delle persone, costretti quindi a ritmi e ad orari di lavoro insostenibili che portano inevitabilmente a malattie professionali che però non verranno mai riconosciute dall’inail perché, ovviamente, queste false cooperative hanno anche falsi documenti di valutazione dei rischi che certificano come tutto sia in regola e quindi questi lavoratori non risultino esposti a nessun rischio per la salute.

Ricordo inoltre che quando questi lavoratori subiscono un infortunio vengono puntualmente intimiditi e minacciati per fare in modo che non vadano all’ospedale e dichiarino l’infortunio e se è particolarmente grave li costringono a dichiarare al pronto soccorso un infortunio domestico, se non dovessero ubbidire a quest’ordine si ritrovano, appena la pratica di infortunio si chiude, senza lavoro. Uomini e Donne trattati come bestie, cui non vengono retribuite  le pause, che mangiano per terra, appunto come le bestie e ai quali vengono addirittura addebitati il costo dell’abbigliamento, del pasto e dell’attrezzatura da lavoro. Siamo a conoscenza che gli extracomunitari che vogliono entrare in Italia vengono costretti a pagare un pizzo di 15000 euro alla cooperativa che li assume, denaro che viene rateizzato e naturalmente detratto dal nero o dalla falsa trasferta Italia e quindi, per un lunghissimo periodo di tempo questi uomini e donne sono sottoposti ad un ignobile  ricatto, vivendo di stenti per poter pagare il loro ”debito”. Molti, per i primi anni sono costretti a vivere in luoghi di fortuna come case abbandonate o nella migliore delle ipotesi in garage, adattati ad ambienti in cui vivono più persone costrette a pagare l’affitto, naturalmente in nero, al loro caporale, umiliati e privati di ogni dignità per renderli docili ed accettare le “condizioni”, sappiamo anche che a molti vengono addirittura sequestrati i documenti. Prima, tutto questo riguardava solo lavoratori extracomunitari e quindi in noi Italiani prevaleva l’indifferenza, il non voler vedere, il “tanto non riguarda me”, ora invece queste condizioni coinvolgono lavoratori comunitari e lavoratori Italiani e questo ha risvegliato qualche sensibilità in più verso questi problemi. Questi sistemi illegali di lavoro, non vengono utilizzati dalle aziende e dagli imprenditori importanti, quelli per intenderci, che mettono il loro nome sul prodotto, ma vengono utilizzati da quegli imprenditori e da quelle aziende cosiddette “di servizio”,  che non mettono marchi sui prodotti e che fanno parte della zona grigia  e che quindi non si vedono.

Nasce così la vergognosa menzogna: le aziende famose mostrano al consumatore che i propri prodotti sono fatti nel rispetto dei diritti dei propri lavoratori, che rispettano le leggi e i contratti e che sfoggiano orgogliosamente codici etici, nascondendo però allo stesso consumatore e all’opinione pubblica, che le materie prime semilavorate che loro trasformano in pregiati salumi, le acquistano in quelle aziende che praticano queste forme illegali di lavoro fatte di evasione ed elusione fiscale, di violazione delle leggi e dei diritti delle persone a partire da quelli costituzionali come il diritto alla salute, art. 32, ad una retribuzione equa e dignitosa”art.36”, fingendo infine di essere all’oscuro di ciò che avviene all’interno di quei processi produttivi “paralleli” e quindi venendo meno, consapevolmente e colpevolmente, ad un altro art. della costituzione il 41 che voglio ricordare,” L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”. Alla luce di tutto questo credo di poter affermare come le ultime tre riforme del lavoro, job’s act, riforma Fornero e legge 30 abbiano reso e rendano il lavoro incostituzionale perché violano tutti gli articoli costituzionali appena citati.

Questo sistema porta inoltre ad un inevitabile e drastico crollo della qualità  del prodotto e alla conseguente perdita di affidabilità dei vari settori manifatturieri, che erano, perché di fatto ormai lo sono sempre meno, fiore all’occhiello di questa regione nel mondo e la maggior fonte di reddito e benessere in particolare nel nostro territorio e favorendo infine le infiltrazioni malavitose.

Dove c’è illegalità prospera la malavita e la malavita in questo territorio e in questa regione prospera da tempo. Credo anche che non sia più corretto parlare di infiltrazioni malavitose ma sia giusto usare il termine radicamento della malavita e ciò è avvenuto grazie al terreno fertile che da troppi anni viene offerto dal tessuto politico ed imprenditoriale evidenziato anche dalla maxi inchiesta Aemilia che ha coinvolto giornalisti imprenditori e politici e che ha avuto come unica parte lesa cittadini e lavoratori. E’ dall’omicidio di Ismail Jouadi, socio di una di queste cooperative spurie, ammazzato con 7 colpi di pistola in un campo a Poviglio in provincia di Reggio Emilia il 24 luglio 2002 che sentiamo parlare di infiltrazioni malavitose, allora di mafia e camorra oggi invece, per non farci mancare nulla, anche di N’drangheta.

Noi, in questi ultimi 16 anni, abbiamo inoltrato oltre 60 segnalazioni alle autorità competenti per gravi irregolarità e richiesto interventi e controlli.

Devo però amaramente costatare come gli sforzi e le denunce fatte non abbiano ricevuto risposte ma al contrario ci sia stato solo un assordante e colpevole silenzio da parte delle istituzioni che si sono mosse solo dopo la grande risonanza mediatica creata dal caso Castelfrigo . L’unico modo in cui siamo riusciti ad intervenire per salvaguardare in qualche maniera questi lavoratori è stato sul fronte della sicurezza sul lavoro facendo intervenire la medicina del lavoro di Vignola, un equipe composta da uomini e donne che svolgono, visto i tempi e il contesto, un opera quasi eroica. Una speranza, però, oltre che dalla maxi inchiesta di cui parlavo prima, era nata dal rapporto pubblicato della guardia di finanza di Modena il 7 agosto 2014 che denunciava come nel settore carni della provincia di Modena su 1200 addetti nelle false cooperative 900 siano irregolari con reati che vanno dall’illecita somministrazione di manodopera all’impropria utilizzazione di società cooperative per finalità diverse da quelle mutualistiche, finendo con false fatturazioni con un evasione ed elusione fiscale e contributiva superiore ai 100 milioni di euro, da allora però più nulla, come se tutto fosse stato insabbiato. Questo sistema non mi sembra degno di un paese civile e normale ma sia materia di cui provare vergogna, non si può solo parlare in modo generico di lavoro ma è necessario, anzi indispensabile, parlare e decidere che tipo di lavoro vogliamo in questo paese e soprattutto di quali speranze e prospettive il lavoro deve dare alle persone. La politica ha il dovere e l’obbligo di cambiare e di porre rimedio, stavolta però non in modo autoreferenziale ma in collaborazione con le parti sociali e, aggiungo, anche con la collaborazione e la testimonianza diretta degli stessi lavoratori, delle lavoratrici ed i loro delegati ascoltando anche le loro ragioni, in fondo, in fabbrica ci stiamo noi e chi meglio di noi sa cosa succede? Oggi viviamo un mondo del lavoro che non dà futuro, che toglie speranze, progetti e sogni di vita e che non garantisce, ma cancella, il futuro delle persone. Il lavoro, come i lavoratori, non sono e non possono più essere considerati una merce. Se mi si chiede se c’è qualche speranza di ritornare ad un mondo del lavoro che possa definirsi normale, rispondo che servono volontà e determinazione incrollabili, altrimenti si è sconfitti in partenza. Le ultime vicende, come quella di Castelfrigo, dimostrano che la lotta non è l’unica arma, ma sicuramente è la più efficace che abbiamo, per contrastare padroni che non hanno rispetto che per il profitto e che quando i lavoratori sfruttati cominciano a ribellarsi e a lottare per i loro sacrosanti diritti, prima vengono insultati chiamandoli MERDE, poi li si picchia, e infine si prova a stancarli alla lunga con la complicità di altri padroni che sopperiscono al blocco di quell’azienda lavorandone i prodotti, come Alcar uno e Globalcarni. La Solidarietà è stata la cosa straordinaria di questa vicenda, la solidarietà dei lavoratori delle cooperative di Castelfrigo, sfruttati maltrattati e insultati che hanno trovato la forza di sostenersi a vicenda anche contro il menefreghismo dei lavoratori diretti.

Lo sciopero di solidarietà che i lavoratori delle cooperative spurie, non tutte, di Alcar uno e Global carni hanno fatto rifiutandosi di lavorare i prodotti di Castelfrigo e quindi diventando parte attiva di quella lotta. La solidarietà dei lavoratori e dei delegati delle altre aziende, di tutte le categorie, che hanno portato il loro supporto, sempre, e la Cgil che finalmente si è mossa compatta, ma la cosa che più mi ha colpito è stato il coraggio di una piccola quanto determinata donna che è stata sempre al fianco di quei lavoratori, nonostante fosse una dipendente diretta ed R.S.U., mettendoci la faccia, dovendo sopportare le angherie e le urla del padrone e la disapprovazione di tutti i suoi colleghi di lavoro che come crumiri volevano rientrare al lavoro forzando il picchetto, grazie Giusy per non aver mollato mai, sei un esempio per tutti. I grandi assenti e anzi che hanno remato contro, come dicevo prima, sono stati i dipendenti diretti di Castelfrigo e questo comportamento ci deve far riflettere su cosa sia rimasto in termini di valori come giustizia sociale e solidarietà nei lavoratori che si sentono ancora “protetti”. La grande sfida del futuro, a mio avviso, credo che sia quella di far capire a tutti i lavoratori che siamo sulla stessa barca e che l’obbiettivo dei padroni non è quello di appaltare alle cooperative i lavori che noi non vogliamo più fare, come si diceva una volta, ma il loro obbiettivo è quello di portare tutti a quelle condizioni, ed essere servili col padrone non ci salva da quella situazione ma al contrario aiuta il padrone stesso a raggiungere i suoi obbiettivi.

Penso che questi siano tempi bui ma è altrettanto vero che sono 16 anni che combatto e combattiamo questo sistema illegale per cercare di garantire un futuro ai nostri giovani e non ci possiamo fermare certo ora, anzi, sono convinto sia necessario rilanciare e non saranno certo sufficienti le certificazioni delle varie fondazioni a rendere legali certe forme di sfruttamento. Ci sono tutti i presupposti per l’inizio di un percorso inverso a quello degli ultimi vent’anni, sarà facile? Indolore? La risposta è no, ma non abbiamo molto da perdere se non la dignità che è quella che ci servirà per guardare in faccia i nostri figli e dirgli che abbiamo fatto tutto ciò che era possibile per lasciare loro un mondo del lavoro che possa definirsi dignitoso… e a noi, per non avere rimorsi, dovrà rimanere la certezza di averlo fatto fino in fondo.

 

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