La carta dei diritti della CGIL. Un’arma spuntata.

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In questi giorni si stanno svolgendo le assemblee della Cgil per approvare la carta dei diritti e raccogliere le firme per un referendum abrogativo sulla legislazione sul lavoro. Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di un compagno dello Spi di Pescara che ha partecipato a una di queste assemblee.
La Redazione

Se la bozza del nuovo statuto sarà approvata questa diventerà una proposta di legge di iniziativa popolare, accompagnata dalla raccolta firme per dei referendum abrogativi della normativa esistente.

Dal 1979 a oggi, su 260 proposte di legge di iniziativa popolare, solamente 3 sono diventate legge e solo perché accorpate in Testi Unificati con proposte di iniziativa governativa (addomesticate). Addirittura, 137 (53%) non sono state neanche mai discusse in Commissione, rimanendo nei cassetti di Camera e Senato. Ci sono poi referendum in generale, penso per esempio a quello sull'Acqua vinto clamorosamente ma con quale esito concreto?


Con queste premesse mi chiedo quali impegni concreti il sindacato potrà assumere nei confronti dei lavoratori e dei pensionati? L'unica certezza è l'oneroso impegno finanziario che ha assunto con questa operazione.

Dopo aver rinunciato ad ogni forma di lotta vera e non simbolica di fronte a tutti gli attacchi che gli ultimi governi hanno portato avanti contro i lavoratori e pensionati, dopo essere stati immobili per mesi di fronte all’arroganza padronale che si va manifestando sempre più aggressiva, oggi la proposta della Cgil è quella di conquistare una nuova legislazione a favore dei lavoratori a suon di firme, come se fosse possibile oggi conquistare tutto senza lottare.
La ex segretaria dello Nazionale SPI Carla Cantone negli scorsi mesi, quando ancora era segretaria dei pensionati, in TV rassicurava i pensionati sulle trattative per rendere meno invasiva la riforma Fornero, ma subito dopo arriva la notizia che il governo intendeva tagliare anche le pensioni di reversibilità.

Recentemente Renzi è venuto a Chieti a stappare lo champagne per brindare ai nuovi 48 posti di lavoro della Valter Tosto grazie alla JobAct, ma subito dopo arrivava la notizia di 400 posti in esubero dichiarati alla Brioni di Penne.

Non c'è stata la volontà di difendere il vecchio statuto, di difendere i diritti che avevamo già conquistato e adesso ci propongono di riconquistarli con strumenti che si sono già dimostrati inefficaci.


Passando nel merito, il testo della bozza sembra un libro dei sogni.

Ci sono misure assolutamente condivisibili come il ripristino dell’articolo 18 e la sua estensione a tutti, come il riordino delle tipologie di lavoro o come la regolamentazione dei rapporti di lavoro negli appalti.

Ma nel contempo si trovano misure che lasciano quantomeno perplessi, come la traduzione in legge del Testo unico sulla rappresentanza o la partecipazione dei lavoratori alla gestione e all’utile d’impresa attraverso i fondi pensione.

Quindi, da un lato la limitazione dell’attività sindacale a garanzia non del diritto dei lavoratori a organizzarsi ma del ruolo e del potere delle burocrazie sindacali, dall’altro un’idea del rapporto tra i padroni e i lavoratori del tutto ripulita di ogni conflittualità, come se gli interessi degli uni e degli altri potessero conciliarsi.

Appare chiaro quindi come questa proposta sia finalizzata non tanto alla riconquista dei diritti dei lavoratori quanto piuttosto alla difesa del ruolo della burocrazia sindacale, proprio in un contesto in cui i padroni minacciano costantemente di poterne fare a meno (vedi per esempio l’Ikea di Pescara dove i sindacati sono completamente assenti e non c’è un solo lavoratore iscritto al sindacato).
Bisogna rivedere completamente tutto il discorso e rimetterlo con i piedi per terra.

Oggi si può e si deve tornare al contrattacco, ma avendo l’idea chiara che nuovi diritti si possono solo strappare, e per farlo è necessario il conflitto e la lotta di classe.

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