Sciopero nazionale dei Call center: la lotta passa anche da qui!

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Lo scorso mercoledì 4 giugno è sfilato per le strade di Roma un corteo che ha visto protagonisti più di cinquemila lavoratori in sciopero provenienenti dai Call center in outsourcing di tutta Italia. La mobilitazione, indetta unitariamente dalle segreterie nazionali  di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, ha riscosso una significativa adesione nei posti di lavoro: secondo le stime della stessa Slc-Cgil ha aderito allo sciopero circa l’80% degli operatori del settore.

Parole d’ordine centrali della protesta, alla base della piattaforma di convocazione promossa dai sindacati di categoria, sono state state il “no” alle delocalizzazioni nei paesi dove il costo del lavoro è più basso e  la richiesta alle istituzioni di una più efficace regolamentazione del comparto, con riferimento in particolare all’attuazione della Direttiva europea n.23 del 2001 che prevede garanzie per il mantenimento del posto di lavoro nei casi di cambi di appalto.

Ad oggi sono 80mila le persone impiegate nei 160 call center della Penisola, presenti soprattutto in Sicilia e nel resto del Meridione. Come testimoniava la piazza romana di mercoledì,  l’età media di questi lavoratori è decisamente bassa,  non superando i 35-40 anni d’età. Molti di loro, spesso neo-laureati senza nessuna prospettiva di trovare un lavoro nel settore per il quale avevano studiato,  sono entrati definitivamente nel mercato del lavoro grazie al processo di stabilizzazione avvenuto nel biennio 2007/2008. Ma come la cronaca quotidiana ci insegna, nessuna conquista può essere considerata definitiva all’interno di questo sistema. Dopo nemmeno un decennio quegli stessi ragazzi sono costretti a fare i conti, come tutti i lavoratori del nostro paese del resto, con licenziamenti, cassa integrazione e riduzioni salariali.

Le grandi aziende come Vodafone, Tim, Wind, Alitalia, Sky oggi preferiscono trasferire le proprie commesse all’estero, in Paesi come Albania, Romania, Tunisia, dove il costo del lavoro è inferiore anche del 50%.

Nonostante gli sgravi fiscali e agevolazioni di tutti i tipi forniti dai recenti governi italiani, i call center chiudono e i padroni se ne vanno all’estero. In qualche caso rimangono,  magari per beneficiare di quelle agevolazioni  di cui sopra, non dimenticandosi mai però di imporre condizioni salariali e di lavoro sempre peggiori ai propri dipendenti.

In questo contesto gli appelli della burocrazia sindacale affinché si rispettino i patti, venga messa fine alla concorrenza sleale e si smetta di delocalizzare appaiono nel migliore dei casi del tutto utopistici. 

Soprattutto  se quella stessa burocrazia un giorno sì e l’altro pure si spella le mani per applaudire le scelte del Governo Renzi, che procede come un treno nella sua opera di demolizione dei diritti della classe lavoratrice.

Per arginare questa deriva, occorre ben altro. Va costruito un fronte di lotta unitario contro i licenziamenti e le chiusure aziendali, che metta in connessione esperienze di lotta simili fra loro. Va stabilito un ponte coi lavoratori in lotta di altri settori, a partire da quelli delle aziende per le quali il call center in outsourcing detiene la commessa. Il nostro nemico non è il lavoratore albanese, romeno o tunisino. I nostri nemici sono i padroni che mettono il profitto privato di fronte a tutto il resto. Oggi come ieri vale lo slogan che abbiamo ascoltato in un settore del corteo: “il proletariato non ha nazione, internazionalismo rivoluzione!”.

 

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