Telecomunicazioni: un accordo da rigettare!

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Il settore delle telecomunicazioni ha visto negli ultimi anni un forte sviluppo in investimenti privati a forte valore aggiunto, soprattutto nell’innovazione dei segmenti informatici. Esso raggruppa al suo interno tantissimi giovani lavoratori che trovano nei call-center e nell’information technology una fonte di retribuzione. Il settore dei call-center, in particolare, rappresenta per antonomasia il nuovo modo di concepire il lavoro: terziarizzazioni, appalti, esternalizzazioni, sfruttamento e soprattutto precariato.

Nel 2006 la circolare Damiano ha portato ad alcune stabilizzazioni in cambio di agevolazioni fiscali per le aziende. La maggior parte dei lavoratori del settore, però, resta ancor oggi nel limbo della precarietà (salariale e/o normativa) o sono sotto la minacciadella cassa integrazione.

Molti pre-accordi aziendali nazionali non sono stati rispettati e le commesse del settore vengono affidate alle aziende con gare al massimo ribasso sui costi.

I CONTENUTI DEL CONTRATTO TLC

Le rivendicazioni e le aspettative di una folta schiera di lavoratori del settore sono state soffocate dal contratto Tlc, dove sono sussunte tutte le peggiori logiche concertative degli ultimi anni di relazioni sindacali (accordo del 28 giugno 2011 e accordo sulla produttività).
Sebbene si siano mantenuti diritti fondamentali (come i primi tre giorni di malattia retribuiti) e si sia scongiurata la scissione del contratto nazionale in due quadri normativi (uno per gli outsourcer e l’altro, con maggiori tutele, per le committenze madri), l’ipotesi di rinnovo presentataci rivela deterioramenti su tutti i fronti.

Il Contratto nazionale delle Tlc, firmato il 1° febbraio 2013 da Cgil Cisl e Uil, è costruito sostanzialmente per garantire alle aziende i massimi profitti e la massima flessibilità, produttività ed economicità. Le ore supplementari per i part-time sono retribuite senza la maggiorazione del 20 per cento, i consolidamenti orari definitivi restano di fatto inesigibili, essendo assolutamente minimi e complessivamente irraggiungibili.

Un contratto che colpisce il salario della stragrande maggioranza dei lavoratori del settore, inquadrati per lo più con contratti a tempo indeterminato part time. La legittima maggiorazione è elargita per i soli full time, i quali però allo stesso modo sono soggetti ad un aumento retributivo complessivamente inferiore al triennio economico del Ccnl precedente (2009-2011).

Altro aspetto importante è la questione relativa ai nuovi assetti contrattuali.

Dopo il Collegato lavoro e lo stravolgimento dell’articolo 18, il Ccnl sussume tutti gli aspetti dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011; il contratto delle Tlc recita che a livello aziendale potranno essere realizzate intese su uno o più istituti regolati dal Ccnl (inquadramento, prestazione, orari, organizzazione) e che si potrà derogare in peggio dal Ccnl, al fine di aderire alle esigenze degli specifici contesti produttivi, cercando di mettere praticamente le aziende, o meglio i lavoratori, gli uni contro gli altri.

Secondo i sindacati firmatari, questo quadro complessivamente negativo viene mitigato dall’integrazione nel contratto di clausole sociali che dovrebbero garantire lavoro e contratto nelle società appaltanti ed appaltatrici.

In realtà, il contratto può essere sostituito nelle ditte d’appalto da uno equivalente, definizione ambigua e fuorviante. Le clausole sociali, che di sociale hanno ben poco, sono definite attraverso fantomatiche dichiarazioni di intenti e promesse di carattere etico che poco hanno a che vedere con la garanzia occupazionale.

LA MOBILITAZIONE DEI LAVORATORI ALMAVIVA

La fase storica nella quale i lavoratori delle Tlc si sono ritrovati a dover ragionare su questo Contratto nazionale coincide, spesso in maniera artefatta, con una serie di voci e minacce di esuberi e chiusure aziendali. Il clima di intimidazione padronale si interseca con la presentazione del contratto, che giunge a noi come uno step necessario per frenare le pratiche di disintegrazione di diritti, esternalizzazioni e delocalizzazioni.

Un copione già visto. Per attenuare gli attacchi di Asstel (la confindustria delle Tlc) i lavoratori dovrebbero pagare la crisi spogliandosi di diritti acquisiti storicamente, invece che lottare per un contratto più forte e quindi per un lavoro dignitoso e ben retribuito.
Lampante è la questione dei 632 operatori della sede romana di via Lamaro di Almaviva Contact (la principale azienda di call-center in Italia, con 24mila lavoratori in maggioranza al Sud), dove l’azienda, usufruendo della legge 407 del governo Monti sulla detassazione per nuove assunzioni al Sud, ha spostato il lavoro dalla capitale a Rende (Cosenza) mantenendo le commesse e additando la responsabilità del dislocamento alla scarsa efficienza e produttività dei lavoratori romani.

In realtà, il vero scopo di Almaviva è quello di assumere nuovi dipendenti al secondo livello (invece che al terzo di quelli di Via Lamaro), mantenendo le stesse mansioni e gettando alle ortiche anni di professionalità acquisita, unicamente per una precisa scelta strategica di profitto economico, colpendo uno dei siti contraddistintosi per la combattività dei lavoratori.

Dopo anni di contratti di solidarietà e cassa integrazione si è arrivati a quella per cessazione di attività e ad un referendum, sottoscritto anche dalle segreterie regionali del Lazio di Cgil, Cisl e Uil, col quale la maggioranza degli operatori ha respinto condizioni di lavoro deplorevoli, quali ad esempio un estremo controllo da parte dei dirigenti aziendali e un piano formativo che non garantiva nessuna continuità occupazionale.

La combattività dei lavoratori è esplosa in numerosi scioperi e blocchi stradali insieme ai lavoratori della vicina Cinecittà. L’obiettivo è quello di denunciare gli abusi dell’azienda e la fantomatica cessazione di attività per mancanza di commesse che, in realtà, è del tutto artificiosa e strumentale. Le altre sedi di Almaviva intanto (Palermo, Catania, Napoli, Roma, Milano) non sono esenti da problemi.

LE PROSPETTIVE PER IL SETTORE TLC

Negli ultimi mesi infatti, sempre in coincidenza con il rinnovo del Ccnl, le sedi di Catania e Napoli, dove il committente Vodafone è il principale appalto, sono state colpite da una serie di potenziali migrazioni di traffico verso le nuove sedi Vodafone dei Balcani, come sempre per scopi di contenimento dei costi.

L’assenza di un coordinamento internazionale dei lavoratori, lo sfruttamento dei lavoratori italiani e il supersfruttamento dei lavoratori all’estero, l’assenza di una politica industriale pubblica delle reti dell’Ict (informatico-telefoniche), la guerra fra le varie aziende, il ricatto della disoccupazione, rappresentano i fattori che hanno contribuito e hanno dato la possibilità ad Almaviva ed altre aziende delle Tlc di rincorrere in ogni paese (europeo e non) condizioni più profittevoli, con salari da fame e l’arma del ricatto sempre a portata di mano. Una sinistra sindacale, un sindacato di classe ed internazionalista è sempre più necessario per garantire una vita dignitosa, attraverso un percorso democratico di critica, di conflitto, di solidarietà contro l’autoritarismo padronale.

Le 16 ore di sciopero del 2012, con le quali si è riusciti a bloccare l’intera filiera produttiva, hanno determinato e contribuito a creare nei lavoratori aspettative rivendicative elevate; alla presentazione del rinnovo, infatti, nella sede napoletana di Almaviva Contact, circa il 90 per cento dei lavoratori ha espresso un giudizio negativo sull’ipotesi di rinnovo del Ccnl (il quale a livello nazionale è stato condiviso, con quote non bulgare, intorno al 60 per cento) dimostrando che i lavoratori, quando sono colpiti nel vivere quotidiano, ben informati sui processi e consapevoli, sono capaci di guidare e creare il dissenso e di superare gli ostacoli che creano le burocrazie sindacali.

Solo il conflitto e un contratto più forte possono dare la forza ai lavoratori di portare avanti le proprie istanze, difendere il lavoro e estendere la consapevolezza che la crisi la deve pagare chi l’ha creata, ovvero i padroni-manager, gli speculatori e i loro sicari politici!

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