La Ginori sono i suoi lavoratori

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Sesto Fiorentino (Fi) - Il tribunale ha deciso il fallimento della Richard Ginori. Considerati i debiti accumulati non ci sarebbe da stupirsi. Ciò che è strano è che la Ginori ha ed aveva acquirenti. Si doveva solo ratificare il concordato preventivo che avrebbe permesso il passaggio da Ginori a Lenox-Apulum. Il fallimento arriva nella settimana in cui era previsto il rientro dei primi 80 lavoratori.

Sull'acquisizione di Ginori ha aleggiato sin dall'inizio qualcosa di strano. La questione si sviluppa su tre piani: quella del marchio la cui acquisizione fa gola a molti, quella dei terreni, oro futuro per la speculazione, e quella dello stabilimento produttivo di Sesto Fiorentino con i suoi 316 lavoratori. Quest'ultimo è naturalmente considerato dal capitale quasi come un intralcio all'acquisizione del marchio.

Di fronte al collegio liquidatori si erano presentati due gruppi: Lenox-Apulum, un duo americano-rumeno, e Sambonet, piemontese. Che nessun capitalista sarà mai una garanzia per il futuro dei lavoratori, questo è poco ma sicuro. I lavoratori Ginori che negli ultimi 20 anni sono passati da ogni genere di promessa imprenditoriale, regolarmente finita nel baratro. Basta considerare che un anno fa l'azienda si vantava di una grande commessa Coop: si parlava di nuovi forni e la produzione viaggiava regolarmente su tre turni.

Il punto è che mentre Sambonet ha da subito dichiarato la volontà di subentrare e ridimensionare lo stabilimento, di almeno 150 unità, con la chiusura di un forno, Lenox-Apulum ha fornito almeno sulla carta garanzie occupazionali. Normale quindi che parte dei lavoratori auspicasse il passaggio a Lenox. La bussola degli operai Ginori può essere solo e soltanto la difesa di tutti i posti di lavoro. Difficile capire invece perché il gruppo Sambonet fosse oggetto di tanta simpatia esterna. Passi per il Sole 24 Ore che la scorsa estate usciva con una “profezia-autoavverante” in cui dava per fatto il passaggio da Ginori a Sambonet. Inaccettabile invece che più di un esponente locale delle istituzioni e dei vertici dei sindacati confederali abbia fatto capire di preferire Sambonet in nome dell'“italianità del marchio”.

È quindi lecito avanzare ogni tipo di ipotesi, compreso che questo sia il colpo di coda di un accordo già raggiunto tra Sambonet e poteri forti locali, scompaginato dall'offerta di Lenox. La salvaguardia dello stabilimento produttivo interessa evidentemente poco anche sul terreno politico-sindacale: la Ginori è una roccaforte del Cobas, che ha la schiacciante maggioranza dei tesserati in produzione. Un'anomalia all'interno di una piana fiorentina dove vige la morsa Pd-vertici Cgil.

Lo slogan dei lavoratori è “la Ginori siamo noi”. Ed è assolutamente corretto. Non solo perché in 250 anni di storia della Ginori non c'è mai stata attorno a un forno, alla verniciatura, alla decorazione, una singola goccia di sudore che non sia di una fronte operaia. Ma anche perché la Ginori non è il gruppo di cui è stato decretato il fallimento. È uno stabilimento che campeggia in mezzo al comune di Sesto, con i suoi operai. E vi sono solo due leve per far valere questo dato: il presidio fisico della fabbrica con la sua occupazione e la rete di solidarietà che lavoratori, disoccupati e studenti del territorio stenderanno attorno a questa vertenza. Dopo la notizia del fallimento i lavoratori si sono subito correttamente diretti in fabbrica dove hanno iniziato l'occupazione, insieme ad alcuni gruppi studenteschi che hanno immediatamente appeso di fronte alla fabbrica lo striscione: “Studenti e operai uniti nella lotta”.

L'azienda entrerà in esercizio provvisorio per tre mesi e l'occupazione potrebbe momentaneamente rientrare. Ma al di là di questo, la lotta sarà di lunga durata. Nostro compito è trasformarla in un punto di riferimento per tutto il territorio e e per tutte le numerose vertenze aperte per licenziamenti o chiusura (Ataf, libreria Edison, Seves ecc.). Alla portineria della Ginori il movimento operaio deve tracciare una linea ideale per dire: da qua nessun passo indietro, questa fabbrica non chiuderà. E se questa linea verrà tracciata, sarà necessario e possibile porre anche il problema della nazionalizzazione. Tutta la vicenda conferma ciò che da tempo sappiamo: i padroni, i loro giornali, i loro tribunali, i loro rappresentanti non hanno più alcuna utilità per la vita.

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